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Visione naturale e rappresentazione fotografica


Nella visione naturale l'importanza di un oggetto dipende dal rapporto che questo intrattiene con tutti gli elementi del campo; in tale ottica l'elemento più importante può essere a esempio il più lontano come il più vicino, il più centrale come il più eccentrico rispetto all'osservatore. La macchina fotografica, costringe al contrario, l'occhio all'interno di uno schema prospettico rigido in cui le cose si dispongono secondo ordini di importanza gerarchici, in relazione con il maggiore e minore grado di vicinanza  con il punto d'osservazione.

La rappresentazione fotografica inoltre ordina la realtà secondo logiche bidimensionali che determinano uno scarto informativo molto elevato, si modella secondo distorsioni orizzontali e verticali che dipendono dall'ottica impiegata. L'osservatore si trova così a dover lavorare su documenti anamorfici, che porgono le informazioni in modo peculiare e nascondo finzioni e inganni. L' etnografo che usa la macchina fotografica opererà così in una sorta di “no men's land” in cui coordinate diverse si mescolano e sovrappongono, determinando un disagio prospettico e rappresentativo; l'etnografo rappresenta il mondo secondo regole, largamente implicite che derivano dalla teoria scientifica della visione ma si dispiegano in una grande libertà di scelte formali consentendo il manifestarsi storico del soggetto e della sua vicenda significativa.

Egli si confronta con un sistema di rappresentazione altro, al cui interno le regole razionalistiche della prospettiva frontale possono non essere note e praticate o possono convivere con altre, a esempio quelle gemellari o ternarie. Egli raccoglie dati, infine, attraverso un mezzo che pur basandosi su regole della camera oscura rinascimentale e sul principio della proiezione ortogonale delle linee visive in un punto, le forza, non consentendo quella libertà d'informazione circa l'oggetto rappresentato. In un punto assai particolare d'intersezione prospettica dunque, l'etnografo vede, osserva, rappresenta, rielabora la sua rappresentazione tramite la memoria, la trasferisce nella prassi scientifica.

L' etnografia visiva, come si può dedurre da tutto ciò, pone all'antropologia critica più problemi di quanto forse non ne risolva. Introdurre tuttavia alla sua teoria e alle sue pratiche significa partecipare con specifici strumenti critici, a quel generale momento di ripensamento che ha investito le discipline dopo lo strutturalismo. È utile insomma fotografare e filmare, all'interno della nostra specifica prassi di ricerca, ma è indispensabile interrogarsi in modo sistematico su cosa facciamo quando fotografiamo o filmiamo, sul senso dello sguardo antropologico e delle rappresentazioni che produciamo. 
di Marianna Tesoriero
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