Tra calzette pizzi e merletti, Neera, scrittrice di talento, donna di alta moralità

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Paola Sciarretta Contatta »

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La motivazione di questo mio lavoro, è tentare di recuperare, per quanto possibile, l’opera e il vissuto di una di quelle, se così possiamo definirle, “oscure signore ripescate dal silenzio”; mi riferisco alla scrittrice milanese, oggetto delle mie ricerche, Anna Radius Zuccari, meglio conosciuta come Neera. Sin dalle prime pubblicazioni, l’atteggiamento della critica verso questa scrittrice fu decisamente mutevole, e, a mio parere, la visione parziale e quindi tendenziosa di molti studi inerenti a scelte, atteggiamenti assunti, significati di opere narrative e saggistiche, deriva da diversi fattori: in primo luogo la confusione che contraddistingue gli ultimi anni dell’Ottocento, la mancanza poi, a inizio secolo, di un reale interesse per tutta quella letteratura considerata di “second’ordine”, non ultimi i condizionamenti legati a repentini cambiamenti di prospettiva, in quadri storici in rapida evoluzione. All’interno di un quadro generale di disaffezione da parte della critica d’inizio secolo nei confronti di Neera, un posto a parte di particolare rilievo è occupato dal critico napoletano Benedetto Croce. A quest’ultimo la scrittrice deve gran parte della sua fortuna, arrivando ad essere considerata una figura centrale della letteratura al femminile della nuova Italia. Ma lo stesso Croce nel saggio della Critica dedicato a Neera, accanto alle tante note positive relative soprattutto ai valori che ne connotano il pensiero, non può non soffermarsi sulle scorrettezze e imprecisioni della sua lingua e del suo periodare, afferma: La fretta e la negligenza si propaga per tutte le parti dei suoi libri, si sente nel periodare, nella lingua assai scorretta ed imprecisa, e cosparsa di vocaboli e frasi che non sono ardimenti, ma vere e proprie negligenze perché, usati a casaccio. Preciserà poi, però, come queste incertezze della lingua non devono far dimenticare e sminuire la capacità di questa scrittrice di trasfondere nella sua arte tutta la sua passionalità, la sua sensibilità insieme ad una immediatezza comunicativa capace di avvincere il lettore in modo decisamente sorprendente. Dopo un lungo periodo di silenzio, negli anni settanta, nel momento in cui il rifiorire del movimento femminista diffonde un rinnovato interesse per le scrittrici del passato, circa 75 anni dopo l’articolo di Menasci, Luigi Baldacci riscopre e ristampa l’opera sicuramente più importante di Neera, Teresa. Egli, ormai libero da qualsiasi pregiudizio di femminilità, restituisce all’opera di Neera quell’indignazione e lucidità documentaria proprie di uno spirito prettamente femminista. Su queste premesse, ho cercato di portare avanti il mio lavoro di ricerca nel tentativo di colmare o quantomeno chiarire i significati di quel profondo divario tra opera narrativa e saggistica, proiezione di una profonda conflittualità interiore spiegabile e in piena coerenza con un vissuto sofferto e difficile. E allora ecco la presentazione di Neera, come cita il titolo, “donna di alta moralità, scrittrice di talento”, cresciuta nella soffocante tristezza di un’infanzia profondamente infelice, necessaria però, forse, al germinare di una sensibilità profonda, propria di chi ha conosciuto la sofferenza, interprete in prima persona di tutte le angosce che nel passato, e per certi versi ancora nel presente, affliggevano la donna. È un percorso questo che si propone di indagare i rapporti con i letterati del tempo, colleghi e colleghe, con critici a volte tanto benevoli da varcare i limiti professionali, fino all’amicizia sincera. Si prosegue nella celebrazione di un capolavoro narrativo del realismo, quale è Teresa, per porlo poi a confronto con un altro romanzo, Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi, che in una prospettiva completamente diversa, indaga con la stessa efficacia quel mondo di sopraffazione in cui la donna si trova vittima. Per concludere, l’approdo finale conduce ad un’analisi di tutte le ambiguità che caratterizzano l’opera saggistica di Neera, in un parallelismo con i diversi modi, propri di alcune delle scrit-trici dell’epoca, di intendere e interpretare la nuova posizione della donna in società. A tal riguardo di particolare importanza è un articolo, La donna povera della Marchesa Colombi, apparso sull’«Illustrazione Italiana» nel 1876, che rivolto a Neera, con sorprendente modernità, tenta di mostrarle una strada per la riconciliazione con il mondo femminista. Tutto questo, osservato, ora, da un nuovo punto di vista, consapevole che la scrittura femminile va considerata “un discorso a doppia voce”, che se da una parte incarna le eredità sociali, letterarie e culturali delle strutture dominanti e ufficiali, dall’altra si fa interprete, più o meno consciamente, di tutte quelle “figure mute” che rappresentano un passato non sempre semplice da interpretare e accettare.

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1 INTRODUZIONE Perché nella tradizione culturale italiana non c’è stata una don- na come Dante, come Leonardo da Vinci o Galileo? È questa una domanda di estrema complessità che porta a risposte non di certo univoche, ma che sommate l’una all’altra, rivelano cesure, divieti, dimenticanze; proprio da qui nascerebbe la curiosità, anzi l’esigenza, di andare a scoprire quell’indaffarato e fecondo mondo della scrittura femminile per troppo tempo confinato dietro le quinte. Davanti ad una tradizione di pensiero e di scrittura di stampo essenzialmente maschile, innegabile è il dato dell’assenza di figu- re femminili. Facilmente, questo potrebbe indurre a pensare che le donne, fino a tempi recenti, non avessero scritto affatto, o al mas- simo che avessero scritto, salvo rarissime eccezioni, per sé, rele- gate ai margini della cultura, esterne, perché discriminate, ai mondi della scrittura letteraria. Questa assenza, troppo evidente per essere vera, porta erroneamente a credere che la donna in pas- sato non sapesse esprimersi se non tramite forme di silenzio. A tal proposito, infatti, Marina Zancan, in un’opera che tenta di da- re le giuste coordinate per riportare alla luce quel lato della lette- ratura italiana rimasto a lungo nell’ombra, eloquentemente intito- lata Il doppio itinerario della scrittura, afferma: