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La condanna dell'usura in alcune prediche di S. Bernardino da Siena, di S. Giacomo della Marca e del beato Bernardino da Feltre

Informazioni tesi

  Autore: Mario Bellomo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1996-97
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Silvana Di Mattia Spirito
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 240

La denuncia della piaga usuraria rilevata dai sermoni dei tre predicatori francescani dell'Osservanza che ho analizzato, lascia intravedere uno sfondo umano che dovette essere particolarmente sensibile ai fenomeni feneratizi del secolo quindicesimo: la comunità cristiana del tempo considerava infatti l'usura tanto come "peccato" contro il cielo, quanto come "crimine" verso i propri fratelli terreni, in un'epoca dove gli aspetti sociali ed economici non potevano essere separati, se non arbitrariamente, dal contesto etico e morale.
La piaga usuraria si era infatti consolidata sempre di più verso la fine del XIII secolo, divenendo poi tipica durante i secoli successivi, parallelamente alla definitiva affermazione dell'economia monetaria.
Nella tradizione cristiana la problematica dell'usura era in effetti sempre stata presente, ereditata tanto dalla cultura ebraica quanto da quella classica, assorbita e quindi rielaborata dai dottori della Chiesa cattolica. Essa fu inoltre proibita già nei canoni dei primi concili di Elvira (300), Nicea (325) e Clichy (626), e poi affrontata soprattutto da quasi tutti i grandi concili ecumenici del Medioevo che vanno dal 1123 al 1311-1312.
Dai sermoni dei tre predicatori da me presi in esame per il presente lavoro di tesi (san Bernardino da Siena, san Giacomo della Marca, ed il beato Bernardino da Feltre) trapela in effetti una coscienza antica e comune, ma anche tipicamente "popolare" nei confronti della piaga feneratizia. In particolare, e significativamente, quest'ultimo aspetto si poteva manifestare più chiaramente quando nei discorsi dei predicatori si voleva soprattutto difendere i poveri dall'attività illecita dell'usuraio.
In realtà questa attenzione non era rivolta solo ai "veri" poveri, quelli che avevano già diritto all'elemosina e al sostentamento diretto da parte del prossimo facoltoso (costoro, essendo poveri, avevano ben poco da portare in pegno agli usurai); ma era rivolta anche all'indigente potenziale, agli artigiani, ai contadini, ai piccoli professionisti che per impellenti difficoltà economiche potevano trovarsi nel baratro dell'indebitamento perdendo i loro beni, e soprattutto gli stessi strumenti con i quali essi lavoravano, trovandosi così costretti ad "abbandonare l'esercizio del mestiere o della professione" .

Si intuisce perciò come il frutto usuraio potesse essere ritenuto spesso sic et sempliciter il guadagno che si era potuto estorcere, approfittando dello stato di bisogno, di precarietà del prossimo. Così, per esempio, durante un periodo di carestia, usuraio era anche chi non esitava a vendere i beni di prima necessità a prezzi esorbitanti, magari dopo aver tenuto la merce nascosta dolosamente, nell'attesa fiduciosa del rincaro dei prezzi; proprio come nell'accusa di san Giacomo: "Et dum fuit in maiori pretio ipse vendidit centum" .
Sono questi i presupposti dai quali intendo partire per mostrare, attraverso l'analisi dei sermoni trattati in questa sede, come sia stata avvertita la problematica dell'usura nel XV secolo, e come gli usurai stessi siano stati condannati; ma come altre volte essi furono "non solo tollerati, ma riconosciuti ufficialmente" dai Comuni italiani del tempo, dove i tre predicatori svolsero il loro apostolato
contro i creditori di mestiere.
Fu questo un periodo nel quale il progresso dell'economia monetaria aveva ormai fatto deflagrare drammaticamente il problema del credito ad interesse, portando sulla scena una figura nuova (lo specialista in tale attività), colui che traeva il suo sostentamento, la sua ricchezza, proprio dall'usura, approfittando dello stato di indigenza e a volte della vanagloria altrui.
Sarebbe però apparso successivamente anche il suo antagonista istituzionale, che fu il Monte di Pietà, propagandato con successo nelle piazze delle città medievali dagli stessi frati francescani, che individuarono in esso la soluzione che poteva coronare concretamente la loro denuncia verbale dell'usura e dell'usuraio, contrapponendo nei fatti la "concezione cristiana della solidarietà con chi è in stato di necessità" a quella del profitto usurario.


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1 INTRODUZIONE La denuncia della piaga usuraria rilevata dai sermoni dei tre predicatori francescani dell'Osservanza che ho analizzato, lascia intravedere uno sfondo umano che dovette essere particolarmente sensibile ai fenomeni feneratizi del secolo quindicesimo: la comunità cristiana del tempo considerava infatti l'usura tanto come "peccato" contro il cielo, quanto come "crimine" verso i propri fratelli terreni (1), in un'epoca dove gli aspetti sociali ed economici non potevano essere separati, se non arbitrariamente, dal contesto etico e morale (2). La piaga usuraria si era infatti consolidata sempre di più _______________________________ (1) R. M. Gelpi - F. Julien Labruière, Storia del credito al consumo. La dottrina e la pratica, Bologna 1994, p. 81. (2) Significativa è in proposito l'osservazione di Franca Sinatti D'Amico che, dopo aver constatato la presenza sostanziale, al momento, di due correnti storiografiche nell'ambito del "ricorso al credito" nel medioevo (una prettamente economica e una invece guidata per lo più da considerazioni etico teologiche) ha scritto recentemente che, di conseguenza, "manca ancor oggi una lettura più prettamente istituzionale che consenta di non divaricare le due speculazioni, ma che riconduca a una ricomposizione delle forme creditizie del medioevo, come espressione di una particolare tensione sociale, che trovi nelle istituzioni una fase di concretezza". F. Sinatti D'Amico, I Monti di Pietà e la povertà operosa, in AA. VV., S. Giacomo della Marca nell'Europa del '400,, Atti del Convegno storico internazionale (Monteprandone, 7-10 settembre 1994), a cura di Silvano Bracci, Centro Studi Antoniani, Padova 1997, pp. 91-92.

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