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Ius ad bellum e ius in bello nel conflitto tra Stati Uniti e loro alleati contro l'Iraq

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Giuseppe Sfregola
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Carlo Focarelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 225

Il conflitto in Iraq del 2003 ha comportato il sorgere di molteplici problemi: geopolitici, economici, sociali, culturali. Tuttavia, la questione principale dell'affaire Iraq è stata, senza dubbio, quella giuridica.
Attraverso questo studio si è analizzato in modo rigoroso l'ambito legale della diatriba tra Washington e Baghdad, suddividendo il lavoro in due parti.
La prima, quella di "ius ad bellum", prende in considerazione la tesi della legittimità giuridica dell'intervento armato alleato contro l'Iraq, analizzando le basi giuridiche di tale posizione, non senza addentrarsi nell'analisi della posizione contraria all'intervento, in dottrina come tra gli Stati, per finire con una disamina attenta della posizione assunta dal Governo italiano e del dibattito tenuto in seno al Parlamento.
La seconda, quella di "ius in bello", si concentra sugli aspetti giuridici della condotta delle ostilità sul campo. Vi si analizzano puntualmente le violazioni al diritto umanitario, dell'una e dell'altra parte belligerante, così come, parimenti, le osservanze alle regole internazionali. La parte finale comprende un'aggiornata panoramica delle questioni giudiziarie internazionali, direttamente connesse alle violazioni statunitensi di Abu Ghraib, nonchè delle posizioni dei dirigenti del defunto regime iracheno, Saddam Hussein in primis.

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INTRODUZIONE Il 12 settembre del 2002, all’indomani del primo anniversario delle stragi dell’11 settembre, il presidente statunitense George W. Bush tenne un lungo discorso sull’Iraq dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui chiese l’appoggio della Comunità internazionale per ottenere il disarmo di Saddam Hussein. Sin dai giorni immediatamente successivi all’attacco terroristico di al- Qaeda del 2001 a New York, a Washington e in Pennsylvania, l’Amministrazione americana delineò, con sempre maggiore fermezza, un “Asse del Male”, espressione - per la verità non nuova - con la quale si intendeva definire un gruppo di Stati accusati di essere responsabili primari del sostegno, a livello economico, politico e di intelligence, del terrorismo islamico, e nel quale l’Iraq occupava il ruolo di nemico di primo rango 1 . Pertanto, la richiesta di disarmare il governo iracheno, formalizzata in quella occasione, rappresentò l’atto d’accusa finale degli Stati Uniti al regime baathista iracheno in un arco temporale che può essere racchiuso nei dodici anni che vanno dall’invasione irachena del territorio kuwaitiano dell’agosto del 1990 alla fine della Terza Guerra del Golfo 2 nel maggio del 2003. Il punto di partenza dell’affaire giuridico concernente l’Iraq in questo lasso di tempo può fissarsi con la Risoluzione 660 del 2 agosto 1990, 1 La formula dell’Asse del Male non è un’invenzione dell’Amministrazione Bush jr. in quanto già utilizzata da quella Reagan, sebbene col nome di “rogue States”, per definire i Paesi che potevano costruire missili e progettavano impianti per il trattamento del plutonio da cui sarebbe uscito, prima o poi, secondo le analisi della CIA, un ordigno nucleare. A Guerra Fredda conclusa, l’Amministrazione Clinton adoperò tale espressione, poi sostituita da “States of concern”, per individuare quegli Stati che attuavano una politica dichiaratamente confliggente con gli interessi e la sicurezza americani. Tali Stati erano la Corea del Nord, l’Iran, la Siria, la Libia, lo Yemen, il Sudan, Cuba e appunto l’Iraq di Saddam Hussein. 2 Per evitare confusioni, è meglio chiarire immediatamente che per “Terza Guerra del Golfo” s’intende il conflitto in Iraq del 2003, essendo le prime due quella Iraq-Iran degli anni ’80 e quella del 1991.

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