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Islam e democrazia. Potenzialità di sviluppo democratico in Egitto, Indonesia, Iran e Turchia.

Informazioni tesi

  Autore: Davide Pavani
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Vincent Della Sala
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 295

La ricerca ha l’obiettivo di analizzare le potenzialità di sviluppo democratico (PSD) in quattro grandi paesi islamici, Egitto, Indonesia, Iran e Turchia, mediante l’uso di una griglia di 25 indicatori di natura politica, socio-economica e storico-culturale, allo scopo di vagliare l'incidenza relativa del fattore religioso. La finalità è quella di verificare quali tra questi indicatori risultino ostacolare effettivamente le PSD nei casi analizzati e comparare quindi i risultati di ogni caso.
Dai risultati della ricerca emerge che, a tutto il 2005, i fattori prettamente religiosi (in termini di efficacia culturale e non legale) non si rilevano tra quelli che limitano le PSD dei casi studiati. Eppure dalla ricerca si evince come il sentimento religioso costituisca il principale strumento di mobilitazione collettiva, sfruttato sia dai regimi politici, sia dai movimenti di opposizione ad essi.
Dall’analisi degli indicatori storico-culturali e delle ideologie politiche islamiste si può desumere che si sia spesso verificata, sul piano politico, una ibridazione dell’Islam tradizionale con ideologie antioccidentali (o talvolta occidentalizzate ma anticapitalistiche, socialiste o reazionarie) che, se da un lato hanno creato quelle ideologie fondamentaliste mostratesi al contempo sufficientemente moderne e popolari da saper ottenere ampi consensi nelle società musulmane, dall’altro, tuttavia, non hanno finito per permeare la struttura dogmatica della fede islamica così come tramandata dalle élites tradizionali. Ciò significa che l’Islam non è stato modificato dall’islamismo modernista, ma certamente la diffusione di quest’ultimo può rappresentare un pericolo per le PSD se accompagnato da un diffuso consenso intorno a pratiche violente e antidemocratiche.
Le evidenze empiriche (e le stesse dichiarazioni dei padri del fondamentalismo islamico, i Fratelli Musulmani), tuttavia, sembrano mettere in luce come il valore “democrazia” (anche nei suoi aspetti di sistema politico fondato su modelli di tolleranza) sia ormai entrato a far parte del bagaglio assiologico delle popolazioni islamiche (alcuni ritengono tale valore insito nella stessa dottrina islamica, ma questo dato ha una rilevanza più filosofica che sociologica), nonostante un diffuso antioccidentalismo che facilita simpatie verso l’immagine dell’islamismo eversivo.
Il maggior limite culturale alle PSD sembra invece la tradizionale segregazione femminile, fenomeno non direttamente riconducibile alla religione islamica, ma si ricollega a tradizioni locali, spesso di origine preislamica. Sicuramente, il problema, molto grave anche in Turchia, richiede urgenti e adeguate politiche pubbliche a lungo termine.
Infine, si può concludere che la religione islamica (cioè la dottrina e la fede islamica in quanto tale) non costituisca in nessuno dei casi analizzati un limite alle potenzialità di sviluppo democratico, ma piuttosto un grande fattore di mobilitazione culturale, oggetto di facile manipolazione da parte di governi e opposizioni, élites democratiche e antidemocratiche… mentre altri sono i veri ostacoli alla democrazia più o meno comuni ai quattro casi in esame, e rispecchiano dinamiche di cattiva gestione del potere politico da parte di élites autointeressate in presenza di corruzione e malgoverno, e di un controllo spesso paranoico sulla libertà d’impresa (quindi sulla libertà individuale e collettiva tout court) e un uso arbitrario della violenza di Stato volte a contenere o impedire quei fenomeni di potenziale accountability democratica (soprattutto in Egitto e Iran) così pericolosi per l’attuale sta-tus quo.

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ISLAM E DEMOCRAZIA. Potenzialità di Sviluppo Democratico in Egitto, Indonesia, Iran e Turchia Università di Trento, Facoltà di Sociologia, Corso di Laurea quadriennale in Sociologia, A.A. 2004/2005 Tesi di Laurea (282 pp.) di Davide Pavani, relatore: prof. Vincent Della Sala; esame di Laurea superato il 29/03/2006 (10 punti; voto finale 110 e lode). SINTESI Il lavoro si può sintetizzare in cinque parti distinte: (1)le ipotesi di partenza, (2)la metodologia, (3)l’analisi teorica, (4)l’analisi empirica e (5)i risultati conclusivi. (1, ipotesi di partenza). Il lavoro è volto a verificare se l’Islam, inteso come religione in senso stretto e non già come cultura o civiltà in senso generico, rappresenti un fattore che in modo significativo influenzi negativamente (inibisca) le potenzialità di sviluppo democratico (d’ora in poi, PSD). L’ipotesi presuppone: (a.) che la democrazia non sia ancora realizzata nei Paesi analizzati, ma costituisca in astratto (cioè ai sensi del modello utilizzato) l’orizzonte di realizzazione rispetto al quale si misura, in termini di distanza qualitativa, la forma e le strutture del regime politico attuale; (b.) che la religione sia inserita nell’insieme di una molteplicità di fattori che la teoria accademica ritiene in grado di influenzare le PSD, pertanto l’analisi empirica ha il compito di rilevare il peso relativo di ogni indicatore e valutare quali siano quelli in grado di inibire maggiormente le PSD dei casi analizzati, per poi analizzare, in termini comparativi, quale rapporto si instauri tra la religione e le PSD. (2, metodologia). L’impianto della ricerca procede dunque, da un lato, da alcune premesse legate all’ipotesi di partenza (sopra citate), attraverso le quali procede la scelta dei casi, e dall’altro, da una analisi teorica capace di individuare gli indicatori delle PSD e i termini della loro intelleggibilità. Definita questa, si procede ad una analisi descrittiva indicatore per indicatore, caso per caso, in grado di produrre una griglia di informazioni che vengono poi organizzate mediante l’analisi delle PSD, utile alla successiva comparazione, necessaria per inferire le conclusioni della ricerca. Le PSD vengono analizzate mediante una categorizzazione dei dati qualitativi entro scale di livello con valori da 1 (basse PSD) a 4 (alte PSD), definite indicatore per indicatore, utili a rilevare la influenza positiva o negativa del singolo indicatore sul complesso delle PSD. Per quanto riguarda i casi, questi vengono scelti sulla base dei criteri di eterogeneità e significatività, giacché le molte variabili che risultano dall’analisi teorica richiedono una comparazione su pochi casi. I casi considerati sono quattro: Egitto, Indonesia, Iran e Turchia, scelti in virtù dell’unica evidente caratteristica comune di essere tutti grandi Paesi di religione islamica, pur in contesti interni ed esterni assai diversi. (3, analisi teorica) Con l’obiettivo di strutturare il modello delle PSD, l’analisi teorica procede secondo quattro passaggi: (i) definizione della democrazia, (ii) teoria sui processi di democratizzazione, (iii) elaborazione della struttura analitica delle PSD, (iv) definizione degli indicatori delle PSD. La democrazia viene definita a partire da un excursus teorico che dal pensiero illuminista di Montesquieu giunge fino alle teorizzazioni di matrice neo-democratica (Habermas, Rawls, Hirst), per ottenere due possibili categorie di 1

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