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Industria e questione ambientale: il caso Enichem di Manfredonia

Informazioni tesi

  Autore: Francesco Tomaiuolo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Foggia
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Ambientale
  Relatore: Maria Gabriella Rienzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 67

Era il 26 settembre del 1976 quando dallo stabilimento ANIC, “il colosso della chimica di Stato sceso a Manfredonia per portare felicità e benessere alle sue popolazioni”, si levò una nube tossica contenente decine di tonnellate di arsenico che, sospinta dal vento, si abbatté sulla città. Sono trascorsi 30 anni da quel giorno e Manfredonia, la Porta del Gargano, vive ancora l'incubo dell'Enichem: oltre 25 sono i lavoratori deceduti e centiania i nuovi casi di tumore tra la popolazione. Lo stabilimento ha chiuso i battenti nel 1993 e al suo posto, grazie al Contratto d'Area, oggi sorgono nuove industrie insediatesi sui terreni ancora contaminati da decine di sostanze tossiche e solo da pochi anni avviate alla bonifica. Nuovi casi di contaminazione da arsenico e amianto si registrano tra gli operai delle nuove aziende. Per la vicenda lo Stato italiano ha subito due condanne europee, per la violazione della Convenzione di Strasburgo sui Diritti dell'Uomo, e per la violazione della direttiva sui rifiuti, mentre è ancora in corso il processo contro 12 dirigenti Enichem per la morte degli operai conseguente all'incidente del 1976, che fece guadagnare a Manfredonia il triste appellativo di "Seveso del Sud".

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1Introduzione Era il 26 settembre del 1976 quando dallo stabilimento ANIC, ³il colosso della chimica di Stato sceso a Manfredonia per portare felicità e benessere alle sue popolazioni´1, si levò una nube tossica contenente decine di tonnellate di arsenico che, sospinta dal vento, si abbatté sulla città. Sono trascorsi trent’anni da quel 1976: l’anno di Seveso e di Manfredonia. Paradossalmente i disastri industriali sembrano poco rappresentati nella storia ambientale. La scarsa presenza di ricerche storiche su questi temi può essere spiegata dal fatto che, da un lato, le ricostruzioni (o gli smantellamenti degli impianti) ne cancellano le tracce visibili sul territorio e, dall’altro, le società tendono a rimuovere dalla memoria l’evento traumatico che le ha colpite, specie quando esso ha dimostrato la vulnerabilità e, in un certo senso, il fallimento delle società stesse2. Si assiste così ad una sorta di “amnesia del disastro”3. Da qualche tempo poi, prima che se ne occupino gli storici, ci pensano sempre più spesso giornalisti, scrittori, attori e registi. Così sono il cinema, il teatro e il giornalismo d’inchiesta a gettare barlumi di luce sui disastri dimenticati o celati, prima ancora che la storia ambientale. Quelle rappresentazioni hanno il pregio di raggiungere facilmente il grande pubblico, ma hanno tuttavia il limite di cadere, non di rado, in facili demonizzazioni delle produzioni chimiche e dell’industria in genere. Il presente lavoro si propone di analizzare la vicenda Enichem di Manfredonia a trent’anni da quel tragico evento che fece guadagnare alla città adriatica l’appellativo di “Seveso del Sud” in una prospettiva di storia ambientale. Non si tratta di una ricerca che vuole avere l’ambizione della completezza, che si può realizzare solo con uno studio continuativo sul territorio; si è cercato piuttosto di “sperimentare sul campo” gli strumenti della ricerca storica. Si è iniziato col ricostruire le complicate vicende che portarono all’insediamento dello stabilimento chimico a Macchia, poi ci si è soffermati sull’incidente del 26 settembre del 1976 con tutte le sue conseguenze e, infine, si è fatto cenno allo stato attuale del sito 1 G. Di Luzio, I fantasmi dell¶enichem, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2003, p. 9 2 Le quali non sono state in grado di gestire in maniera controllata il processo di industrializzazione del territorio. 3 M. Armiero, S. Barca, Storia dell¶ambiente, Carocci Editore, Roma 2004, p. 156

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