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Centralismo ed autonomismo: il caso Spagnolo

Informazioni tesi

  Autore: Antonio Daniele
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Scienze Politiche
  Relatore: Antonio Daniele
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 108

La Spagna, come l’Italia, ha pagato nel corso dei secoli, la sua lentezza nel creare uno stato “nazione”, a causa della sua frammentazione politica.
Fin nel Medioevo la Spagna si presentava come una “unione dinastica di territori autonomi dotati di propri organi legislativi e di propri esecutivi”, con propri ordinamenti giudiziari, amministrativi e fiscali. Questo stato di cose e le tendenze centrifughe che da esso derivavano, rappresentavano uno dei maggiori problemi nella creazione di uno Stato unitario.
I tentativi di trovare una soluzione a questo stato di cose sono stati molteplici.
La risposta più vicina all’attuale Costituzione Spagnola è però quella delineata dalla Costituzione della seconda Repubblica, datata 1931, con la creazione di nuovi enti statuali, ottenuti per aggregazione di province limitrofe con caratteristiche socio-culturali comuni o, quantomeno, affini; il progetto di statuto doveva essere affidato all’approvazione a maggioranza della popolazione dei comuni interessati, in seguito a delibere apposite. A conclusione vi doveva essere una delibera delle Cortes, ratificante lo statuto approvato a livello locale.
L’obiettivo di questa tesi è stato quello di analizzare il sistema spagnolo ed i problemi presentati dalle varie comunidades. Il che è interessante anche per il nostro paese, in quanto queste ultime sono enti similari alle Regioni italiane con, naturalmente, differenze profonde: la Costituzione italiana all’art. 131, elenca le con precisione le Regioni in cui si divide il nostro territorio, le Comunità autonome, invece, non hanno carattere necessario poiché la loro istituzione e, conseguentemente, la loro estensione non dipende da una legge statale bensì da una iniziativa locale affidata alle Province e ai Municipi (art. 143 CE). La Costituzione spagnola del 1978, invece, non prevede nessuna Comunità Autonoma ma riconosce esclusivamente il diritto all’autonomia delle nazionalità e delle Regioni che compongono lo Stato spagnolo. In Spagna, infatti, a differenza dell’Italia, l’autonomia regionale è stata istituita in forma dinamica tanto che l’assetto del territorio può essere modificato da accordi e procedure che dipendono esclusivamente dalle regioni interessate.
Grazie alla Costituzione del 1978 convivono in Spagna tre nazionalità cosiddette “storiche”: Cataluña, Paìs Vasco e Galicia. Il problema che si presenta al Parlamento spagnolo è dovuto alla richiesta di autonomia da parte di Comunità che, pur non avendo né una storia nettamente differenziata dalle altre, né una differenziazione di carattere etnico-linguistico, pretendono garanzie e privilegi. Il tutto, quindi, va ben oltre le mere rivendicazioni autonomiche e riguarda quello che è l’aspetto e il carattere più saliente dello Stato spagnolo: l’incamminarsi verso il riconoscimento della sua realtà “plurinazionale”.
Logicamente il lavoro non poteva non trattare delle politiche attuate dal governo Popolare di J. L. M. Aznar e da quello di J. R. Zapatero, con le differenze notevoli (privilegiando il primo l’aspetto economico ed il secondo quello più strettamente politico) ed anche le poche convergenze (riguardo la devoluzione di poteri e competenze, presente anche nel primo governo Aznar), riguardo il problema autonomistico ed i suoi legami con l’instabilità politica, a volte, come nel caso del Paìs Vasco, confinanti nel terrorismo.
Nel sottolineare le differenze che vi sono state tra i due governi, e nel tracciare il quadro del comportamento personale dei due leader, si sono notate le enormi incongruenze presenti in tema di politica delle autonomie. È mancata da parte di Aznar, l’intenzione di concedere una reale autonomia sia alla Catalogna, sia, in misura ancora maggiore, al Paìs Vasco, nei confronti del quale gravava anche la variabile ETA. Il punto controverso del governo Popolare è che si è cercato di attuare cambiamenti senza fare mutamenti: si pensava che eventuali modifiche di Statuti di Autonomia avrebbero comportato la necessità di emendare alcune parti delle Carta Costituzionale, creando così una situazione di stallo.Il problema è quello gia citato: la resistenza dell’organismo statuale spagnolo sarà tale da contenere in una unità, benché quasi federale, entità tanto diverse e che non avvertono come prioritaria la “unidad naciònal”. Si è ritornati quasi alla situazione da cui la Spagna era partita nei “secoli bui”: ma senza più l’avvallo della “reconquista” o della fede, occorre ricercare, come anche in altre nazioni è avvenuto o avviene,altre forme di statualità comune. Come sempre, per poter meglio “vivere” o “sopravvivere”, occorre imparare a “convivere”.

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4 INTRODUZIONE La storia delle rivendicazioni autonomistiche delle Province spagnole ha origini molto lontane nel tempo. Già nel Medioevo la Spagna si presentava come una “unione dinastica di territori autonomi dotati di propri organi legislativi e di propri esecutivi” 1 , nonché di ordinamenti giudiziari, amministrativi e fiscali. Le tendenze centrifughe che da questo stato di cose derivano, caratterizzano lo sviluppo politico e culturale del sistema spagnolo, rappresentando uno dei maggiori problemi nel tentativo accentratore dello Stato unitario. Nel corso degli anni, i tentativi di trovare una soluzione a questo stato di cose sono stati molteplici. Facendo partire lo studio dall’età delle Costituzioni moderne, si può fare riferimento già alla Costituzione di Cadice del 1812, che assicurava alle Province uno status particolare, così come al progetto di Costituzione del 1876, che prevedeva la sostituzione di una forma territoriale di stato centralistico con una spiccatamente federalista 2 , o anche alla creazione, avvenuta con il Real Decreto del 25 Marzo 1914, della Mancomunidad de Cataluña, che istituiva il governo unificato delle quattro 1 A. Truini, Federalismo e regionalismo in Italia e un Europa. Centro e periferia a confronto. (Volume I) Padova, Cedam, 2003 , pag. 385 2 Ibidem. La proposta prevedeva la divisione dello Stato in 17 Stati regionali, attribuendo loro i poteri pubblici , e la creazione di un Senato federale.

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