In altre parole. L'autorialità del dialoghista nella trasposizione filmica

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Laura Landi Contatta »

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La pratica del doppiaggio presenta notevoli peculiarità strutturali e molteplici livelli di indagine, ma nasce in un contesto storico in cui politiche protezioniste e nazionaliste, ne hanno fatto uno strumento censorio, eleggendolo ingiustamente a mezzo indebito.
Forse risiede in questo la ragione di un totale e imbarazzante silenzio su una pratica che ha eletto gli italiani, i migliori al mondo, ma che in Italia vive per lo più nell’oscurità. Della sua storia, dei suoi protagonisti, poco sappiamo. Ancora meno sappiamo di colui che si occupa della trasformazione grazie alla quale gli attori sullo schermo, qualunque sia la loro nazionalità, parlano miracolosamente la nostra lingua.
All’esistenza di questo invisibile personaggio - il dialoghista - lo spettatore non ha né il tempo né il modo di prestare attenzione. Al cinema il suo nome compare di sfuggita nei titoli di coda, in televisione di solito non compare proprio, la critica nel migliore dei casi lo ignora, nel peggiore lo denigra. Eppure è grazie a lui e al processo traduttivo di cui si occupa, se al cinema ridiamo ad una battuta americana, ci commuoviamo su un film giapponese, ci innamoriamo con uno francese e così via.
Non va sottovalutato, inoltre, il fatto che il doppiaggio coinvolge una parte non marginale della nostra competenza linguistica, il nostro modo di parlare, di comprendere e di interagire.
Anche se ultimamente l’interesse sul doppiaggio sta crescendo, c’è ancora un po’ di confusione riguardo ad una pratica che, oltre ad avere più di settant’anni, è identificata come lo strumento più efficace per proporsi sul mercato mondiale con un più alto valore di scambio e come il maggior veicolo di cultura.
Il presente lavoro si pone l’obbiettivo di delineare professionalmente la figura del dialoghista, le sue peculiarità, i suoi materiali di lavoro, i suoi collaboratori.
Dopo una breve storia del doppiaggio, dall’introduzione del sonoro nel 1927 fino ai giorni nostri, ho prestato particolare attenzione al difficile rapporto tra critica cinematografica e doppiaggio. Dagli anni ’40 ad oggi la critica cinematografica sembra infatti rigettare il doppiaggio, se non addirittura ignorarlo totalmente, dimenticando però che è proprio il film doppiato che diviene il film stesso nel paese in cui è distribuito.
Il terzo capitolo prende invece in esame le difficoltà linguistiche della traduzione filmica riguardanti le varietà di tipo geografico, etnico e sociale. Le parole, come le immagini stesse, sono, infatti, portatrici di elementi culturali che non devono andare perduti.
Nell’ultimo capitolo, dopo un confronto tra doppiaggio e sottotitolaggio, da un punto di vista sia culturale che economico, ho considerato la situazione professionale e formativa attuale.
Le caratteristiche specifiche di questa professione, che richiederebbero un’ottima preparazione culturale, un’adeguata conoscenza delle lingue di partenza delle opere e un’estrema padronanza di quella di destinazione, unite a preparazione tecnica e sensibilità artistica, stenta non solo ad assumere una posizione rilevante nel sistema produttivo, ma addirittura una scarsa visibilità pubblica. Ovvero: se qualcuno dice che fa il giornalista, tutti capiscono di che si tratta. Ma se fa il dialoghista, dovrà fare seguire alla definizione una spiegazione più o meno lunga per definirsi e anche dopo quella le probabilità di comprensione non sono così ovvie. Provare per credere.
A questa confusione si aggiunge quella sulla formazione: l’ingresso sul mercato del lavoro avviene in modo piuttosto casuale, non c’è nessuna selezione basata sulle caratteristiche professionali o sull’appartenenza o meno ad una scuola. E questo per il semplice motivo che non esistono corsi di specializzazione per diventare dialoghisti. Paradossalmente tanto più è specifico l’ambito professionale quanto drasticamente non orientato il percorso formativo.


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1 INTRODUZIONE La pratica del doppiaggio presenta notevoli peculiarit strutturali e molteplici livelli di indagine, ma nasce in un contesto storico in cui politiche protezioniste e nazionaliste, ne hanno fatto uno strumento censorio, eleggendolo ingiustamente a mezzo indebito. Forse risiede in questo la ragione di un totale e imbarazzante silenzio su una pratica che ha eletto gli italiani, i migliori al mondo, ma che in Italia vive per lo piø nell oscurit . Della sua storia, dei suoi protagonisti, poco sappiamo. Ancora meno sappiamo di colui che si occupa della trasformazione grazie alla quale gli attori sullo schermo, qualunque sia la loro nazionalit , parlano miracolosamente la nostra lingua. All esistenza di questo invisibile personaggio - il dialoghista - lo spettatore non ha nØ il tempo nØ il modo di prestare attenzione. Al cinema il suo nome compare di sfuggita nei titoli di coda, in televisione di solito non compare proprio, la critica nel migliore dei casi lo ignora, nel peggiore lo denigra. Eppure Ł grazie a lui e al processo traduttivo di cui si occupa, se al cinema ridiamo ad una battuta americana, ci commuoviamo su un film giapponese, ci innamoriamo con uno francese e cos via. Non va sottovalutato, inoltre, il fatto che il doppiaggio coinvolge una parte non marginale della nostra competenza linguistica, il nostro modo di parlare, di comprendere e di interagire. Anche se ultimamente l interesse sul doppiaggio sta crescendo, c Ł ancora un po di confusione riguardo ad una pratica che, oltre ad avere piø di settant anni, Ł identificata come lo strumento piø efficace per proporsi sul mercato mondiale con un piø alto valore di scambio e come il maggior veicolo di cultura. Il presente lavoro si pone l obbiettivo di delineare professionalmente la figura del dialoghista, le sue peculiarit , i suoi materiali d i lavoro, i suoi collaboratori. Dopo una breve storia del doppiaggio, dall introduzione del sonoro nel 1927 fino ai giorni nostri, ho prestato particolare attenzione al difficile rapporto tra critica cinematografica e doppiaggio. Dagli anni 40 ad oggi la critica cinematografica sembra infatti rigettare il doppiaggio, se non addirittura ignorarlo totalmente, dimenticando per che Ł proprio il film doppiato che diviene il film stesso nel paese in cui Ł distribuito. Il terzo capitolo prende invece in esame le difficolt linguistiche della traduzione filmica riguardanti le variet di tipo geografico, etnico e sociale. Le parole, come le