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Governo parlamentare e stato di diritto nel pensiero di Giorgio Arcoleo

Informazioni tesi

  Autore: Andrea Cobbe
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Gustavo Gozzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 149

In questo lavoro si è cercato di individuare gli elementi di originalità che il pensiero di Giorgio Arcoleo presenta all’interno del dibattito sulla crisi dello Stato e del regime parlamentare a cavallo fra il XIX e il XX Secolo in Italia.
Il giurista di Caltagirone, grazie ad un approccio multidisciplinare nell’analisi delle istituzioni e della società, è riuscito a prendere le distanze sia dalla scuola giuridica di Vittorio Emanuele Orlando e dal suo modello di Stato persona codificato e legittimato secondo il diritto, sia dal modello “giacobino” in cui il concetto di sovranità popolare domina tutto l’impianto teorico. Il suo punto di riferimento non fu né la Germania bismarckiana né la Francia del periodo rivoluzionario, ma l’Inghilterra del “self government”, l’unico Stato in cui le istituzioni si sarebbero, a suo parere, evolute di pari passo con la società.
Al centro della riflessione arcoleana sta il ruolo dei partiti politici, considerati dalle due scuole come una pericolosa leva destinata a scardinare le istituzioni oppure come uno strumento onnipotente votato a controllare egemonicamente tutta la vita statale: per l’accademico calatino, invece, sono lo strumento migliore per legittimare le istituzioni, per trasferire le domande della società civile all’interno dello Stato, per selezionare il personale politico e per vigilare sull’operato del governo, ma devono svolgere questi compiti all’interno di limiti invalicabili fissati dalla legge. In questo contesto il Sovrano diviene il garante dell’unità e della continuità dello Stato e il Gabinetto l’indispensabile ed autonomo motore dell’attività statale e dell’intervento all’interno di una società in rapido mutamento.

Metodologia seguita:
Per portare a termine questa tesi è stato compiuto un rigoroso lavoro di comparazione delle opere di Arcoleo con quelle di Orlando, di Mosca, di Santi Romano, dei teorici tedeschi dello Staatsrecht e di intellettuali come Turiello e Minghetti, sfruttando le tracce di numerosi critici e storici costituzionali. Le loro posizioni sono state poi messe a confronto secondo un percorso logico che, partendo dal metodo e dalla concezione di Stato e società di questi autori, giunge fino alle proposte per affrontare la questione sociale, passando attraverso i temi chiave della legittimazione dello Stato, del ruolo da attribuire a Corona, Gabinetto e Parlamento, dei partiti politici, dei modelli stranieri e della questione del bilancio.

Principali risultati raggiunti:
Al termine di questa analisi ci sentiamo di affermare che l’opera di Giorgio Arcoleo presenta numerosi elementi di modernità. La sua lucida visione del ruolo-chiave che sarebbe spettato a partiti e sindacati, la sua solida convinzione che lo Stato sarebbe stato chiamato ad intervenire in modo sempre più incisivo nel governo dell’economia, la sua percezione dell’urgenza di una costituzione rigida, di una Corte Costituzionale e di una Corte dei Conti furono tutti capisaldi della Costituente Repubblicana del ’46 e dello spirito che la ispirò. Sconfitto dal mondo accademico a lui contemporaneo, possiamo dirlo, Arcoleo si è riscattato trent’anni dopo.

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3 1. Arcoleo e il suo tempo: Stato, diritto e società per un giurista controcorrente I. Una vita a cavallo fra letteratura, diritto e politica Lo spirito critico ed indipendente di Giorgio Arcoleo, l’energia e l’orgoglio che lo porteranno a confrontarsi dialetticamente e sovente addirittura a cozzare con forza contro l’impianto dottrinario e metodologico dominante nel mondo acca- demico di fine Ottocento e dei primi del Novecento, gli derivano certamente dal tortuoso ed affatto anomalo percorso formativo che segnò la sua gioventù. Il giurista siciliano deve la modernità del proprio pensiero e l’elasticità della pro- pria visione del mondo (della propria Weltanaschauung, come avrebbero detto i colleghi tedeschi) soprattutto alla interdisciplinarietà attraverso la quale si af- facciò sul mondo che lo circondava. Un mondo, è bene ricordarlo, fatto di una realtà nazionale tutt’altro che omogenea e, soprattutto, tutt’altro che conosciuta dalle stesse élite che ebbero l’onere e l’onore di portarlo prima all’unità politica e poi allo sviluppo economico, istituzionale e sociale. Da sole, così come non lo sono oggi, non potevano nemmeno allora essere sufficienti le discipline giuridi- che, economiche, storiche o letterarie, se rinchiuse nei propri compatimenti sta- gni, a comprendere i meccanismi che regolano la vita di una realtà sociopolitica complessa come quella di uno Stato nazione di fine Ottocento, nel quale nuovi conflitti sociali e politici si ingarbugliano e si condizionano reciprocamente in termini meno meccanicistici e meno prevedibili di quelli proposti da molti mo- delli del tempo. Giorgio Arcoleo nacque la notte di Ferragosto del 1850 a Caltagirone, mentre i moti che avevano scosso Palermo due anni prima stavano prendendo vigore an- che nella provincia. Il clima patriottico e il fervore popolare che infiammarono la Sicilia in quegli anni lasciarono un segno indelebile nella coscienza politica di Arcoleo, che guardò sempre a quel periodo come ad una straordinaria paren- tesi eroica nella storia di una nazione da sempre sopita ed avvezza lasciarsi do- minare da governi stranieri 1 . Una parentesi tradita poi, come vedremo, da una 1 Vittorio Frosini, «Giorgio Arcoleo giurista e politico» in Annali ’80, Catania 1986 - pag. 10

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