Segni ambivalenti della corporeità

Tesi di Specializzazione/Perfezionamento

Autore: Donato Testa Contatta »

Composta da 40 pagine.

 

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Il corpo è il più elementare e, dunque, il più complesso “fatto sociale totale”, secondo la celebre definizione di Marcel Mauss: lui e Georg Simmel hanno dato luogo al fondamento di una nuova prospettiva di impostazione culturalista che poi è evoluta nella “sociologia del corpo o delle culture corporee”.
La sociologia ufficiale è stata indifferente per molto tempo al corpo: quest’ultimo non era menzionato come area di lavoro nelle maggiori associazioni sociologiche nazionali, mentre il corpo, in effetti, deborda la sociologia.
Questa relazione sui “Segni ambivalenti della corporeità” intende focalizzare la sua analisi sul corpo deviante: devianza fisiologica, intesa nel senso di stigma, segno corporeo, di una anormalità costruita interattivamente mediante un marchio. Di questo tema se ne è occupato approfonditamente il sociologo interazionista Erving Goffman, riconoscendo che il principale detonatore dello stigma è il nostro corpo.
Secondo Goffman esistono tre tipi di stigma: a) le deformazioni fisiche; b) gli “aspetti criticabili del carattere che vengono percepiti come mancanza di volontà, passioni sfrenate o innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonestà”; e c) gli “stigmi tribali della razza, della nazione, della religione, che possono essere trasmessi di generazione in generazione” (Goffman 1963; trad. it. 2003). Dal nostro punto di vista, si affronterà il primo concetto di stigma, relativamente alle deformazioni fisiche, concettualizzando in maniera goffmaniana la disabilità come una identità sociale “segnata” che influenza in diversi modi l’ordine delle relazioni intersoggettive (face to face).
Nella prima parte sull’“Approccio teorico ai segni del corpo” oltre alle tesi dei sociologi tradizionali come Goffman e Mauss, si affronterà la recente analisi della sociologa Borgna, la quale mette a fuoco la plasticità del corpo nella cultura occidentale contemporanea: essa si prefigge di dimostrare “la possibilità di guardare al corpo che noi siamo e che noi abbiamo come l’esito di processi attraverso i quali alcune idee relative al medesimo si sono sviluppate e sono diventate socialmente accettate” (Borgna 2005).
Inoltre, si esaminerà la visione del sociologo e antropologo David Le Breton che ricorre al corpo in situazione di sofferenza: nella sua opera “La pelle e la traccia” (Le Breton 2003; trad. it. 2005) spiega che ha scritto questo saggio perché è stato colpito dalla gravità delle ferite corporali che alcuni giovani sofferenti si infliggono deliberatamente con assoluta lucidità nel contesto delle nostre società contemporanee. Un fenomeno scioccante che rappresenta una particolare forma di lotta contro il male di vivere: incisioni, scorticature, scarificazioni, bruciature, escoriazioni, lacerazioni: uomini o donne, soprattutto donne, perfettamente inseriti nella rete creata dal legame sociale, fanno ricorso a queste pratiche come a una forma di regolazione delle proprie tensioni.
Nella seconda parte della relazione, dal titolo ”Analisi del Caso: Giorgia”, si affronterà dapprima l’esperienza del tirocinio diretto sul sostegno polivalente a scuola analizzando contesto familiare, scolastico e socio-ambientale dell’alunna, unitamente al suo profilo dinamico funzionale dal quale è stato ricavato un piano educativo individualizzato.
Successivamente si affronterà il caso di Giorgia (nome di fantasia) alla luce dei segni ambivalenti della corporeità: un’analisi dettagliata dei legami tra il suo corpo e le teorie sociologiche sul corpo.

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3 Introduzione Il corpo è il più elementare e, dunque, il più complesso “fatto sociale totale”, secondo la celebre definizione di Marcel Mauss: lui e Georg Simmel hanno dato luogo al fondamento di una nuova prospettiva di impostazione culturalista che poi è evoluta nella “sociologia del corpo o delle culture corporee”. La sociologia ufficiale è stata indifferente per molto tempo al corpo: quest’ultimo non era menzionato come area di lavoro nelle maggiori associazioni sociologiche nazionali, mentre il corpo, in effetti, deborda la sociologia. Questa relazione sui “Segni ambivalenti della corporeità” intende focalizzare la sua analisi sul corpo deviante: devianza fisiologica, intesa nel senso di stigma, segno corporeo, di una anormalità costruita interattivamente mediante un marchio. Di questo tema se ne è occupato approfonditamente il sociologo interazionista Erving Goffman, riconoscendo che il principale detonatore dello stigma è il nostro corpo. Secondo Goffman esistono tre tipi di stigma: a) le deformazioni fisiche; b) gli “aspetti criticabili del carattere che vengono percepiti come mancanza di volontà, passioni sfrenate o innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonestà”; e c) gli “stigmi tribali della razza, della nazione, della religione, che possono essere trasmessi di generazione in generazione” (Goffman 1963; trad. it. 2003). Dal nostro punto di vista, si affronterà il primo concetto di stigma, relativamente alle deformazioni fisiche, concettualizzando in maniera goffmaniana la disabilità come una identità sociale “segnata” che influenza in diversi modi l’ordine delle relazioni intersoggettive (face to face). Nella prima parte sull’“Approccio teorico ai segni del corpo” oltre alle tesi dei sociologi tradizionali come Goffman e Mauss, si affronterà la recente analisi della sociologa Borgna, la quale mette a fuoco la plasticità del corpo nella cultura occidentale contemporanea: essa si prefigge di dimostrare “la possibilità di guardare al corpo che noi siamo e che noi abbiamo come l’esito di processi attraverso i quali alcune idee relative al medesimo si sono sviluppate e sono diventate socialmente accettate” (Borgna 2005).