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Le politiche migratorie in italia: i centri di permanenza temporanea. Il caso del ''regina pacis'' di Lecce.

Informazioni tesi

  Autore: Marina Fabbiano
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Teramo
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione sociale e istituzionale
  Relatore: Domenico Carrieri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 186

L’immigrazione in Italia ha assunto dimensioni sempre più vaste a cominciare dagli anni ’90: il fenomeno ha attirato l’attenzione in maniera particolare perché mai prima di quel periodo si erano visti sbarchi di profughi di così massicce dimensioni.
La Puglia per prima ha dovuto fare i conti con una situazione di “emergenza”, allestendo in fratta e furia campi profughi e dovendo decidere con altrettanta fretta come fare a gestire il fenomeno.

Il mio lavoro si pone come obiettivo principale quello di dimostrare che i Centri di Permanenza Temporanea, nati con lo scopo di limitare la clandestinità non sono riusciti nel loro intento e al contrario più volte hanno “prodotto” clandestinità e incertezza giuridica.

La mia ricerca cerca di dimostrare l’effettiva inefficacia dei CPT partendo da un’accurata analisi della legge che li ha istituiti, per poi arrivare a un caso “eccezionale” che ha fatto riflettere sull’effettiva validità di queste istituzioni. Il caso è quello del CPT “Regina Pacis” di San Foca, vicino Lecce.

Il motivo per cui ho deciso di discutere del caso del “Regina Pacis” è dato dal fatto che la vicenda rappresenta un caso limite che mostra una significativa lacuna della legge: l’eccessiva discrezionalità dell’ente gestore nello stabilire gli standard di funzionamento dei CPT.
Di recente il legislatore ha ammesso il fallimento della Bossi-Fini e l’inefficacia dei CPT e alla fine di aprile è stato approvato un nuovo disegno di legge (Ferrero-Amato) che andrà a modificare la legge sull’immigrazione in vigore e naturalmente questo riguarda anche i CPT.
Le lacune della legge Bossi-Fini sono infatti evidenti dal momento che diritti sanciti dalla Costituzione come il diritto alla libertà personale (art. 13), alla difesa (art. 24), alla salute (art. 32) e all’asilo (art. 10) non sono chiaramente definiti
Le critiche anche nei confronti del nuovo disegno di legge non mancano, questa presa di coscienza da parte del legislatore rappresenta tuttavia l’inizio di un cambiamento.

La tesi è composta da 4 capitoli.
Nel capitolo I ho esposto l’origine del “problema” della presenza degli immigrati, che cominciano ad arrivare in Italia negli anni ’70, anche se le prime leggi hanno preso corpo alla fine degli anni ’80 per poi subire delle significative modifiche negli anni ’90.
La legge 40/1998, meglio conosciuta come la legge Turco-Napolitano, quando entra in vigore va a modificare una precedente legge del 1989 (la legge Martelli che aveva dimostrato però di avere troppe lacune da colmare).
La Turco-Napolitano tra le varie disposizioni istituisce i Centri di Permanenza Temporanea (CPT): da quel momento si apre un dibattito che continua ancora oggi e che mette in discussione l’efficacia dei centri, ritenuti inadatti a fronteggiare il problema.
Dopo la descrizione delle leggi che hanno regolamentato e che regolamentano ancora l’immigrazione, mi sono preoccupata di fare un quadro generale su quella che è stata e quella che è la situazione dell’immigrato.

Il capitolo II è uno studio sull’immigrazione e i cambiamenti radicali che si sono verificati negli ultimi anni.
Attualmente l’Italia risulta essere molto “stratificata” per nazionalità, infatti, nonostante la maggioranza degli stranieri arrivi in Puglia o in altre regioni del sud, la loro presenza è limitata perché queste regioni sono solo un luogo di passaggio che permettono agli stranieri di raggiungere le grandi città settentrionali dove ci sono maggiori possibilità di trovare lavoro.

La Puglia, come esposto nel capitolo III, sembra essere invece particolarmente “gradita” ai cittadini di nazionalità albanese, i quali a partire dagli anni ’90 hanno iniziato a stabilirsi sul territorio pugliese e nel corso degli anni sono stati raggiunti da altri familiari rimasti in un primo momento in Albania.
Per concludere il capitolo ho effettuato un’analisi sul contesto leccese, dove nel corso degli anni si sono creati dei “modelli” di impiego che riguardano proprio i lavoratori immigrati.
La condizione di vita degli immigrati è spesso molto critica perché l’integrazione non viene raggiunta facilmente, per questo ci sono delle associazioni che operano per renderla più facilmente raggiungibile.
In ultima analisi ho preso in considerazione il caso del CPT “Regina Pacis” di San Foca, vicino Lecce. Il capitolo IV analizza il caso di questo CPT che ha molto fatto discutere sotto vari punti di vista: una vicenda che si è trasformata in cronaca giudiziaria ma che rappresenta la punta d’iceberg di un fenomeno che, dal punto di vista normativo e giuridico, presenta ancora molte lacune.

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Introduzione Introduzione L’immigrazione in Italia ha assunto dimensioni sempre più vaste a cominciare dagli anni ’90: il fenomeno ha attirato l’attenzione in maniera particolare perché mai prima di quel periodo si erano visti sbarchi di profughi di così massicce dimensioni. La Puglia per prima ha dovuto fare i conti con una situazione di “emergenza”, allestendo in fratta e furia campi profughi e dovendo decidere con altrettanta fretta come fare a gestire il fenomeno. Il mio lavoro si pone come obiettivo principale quello di dimostrare che i Centri di Permanenza Temporanea, nati con lo scopo di limitare la clandestinità non sono riusciti nel loro intento e al contrario più volte hanno “prodotto” clandestinità e incertezza giuridica. La mia ricerca cerca di dimostrare l’effettiva inefficacia dei CPT partendo da un’accurata analisi della legge che li ha istituiti, per poi arrivare a un caso “eccezionale” che ha fatto riflettere sull’effettiva validità di queste istituzioni. Il caso è quello del CPT “Regina Pacis” di San Foca, vicino Lecce. Il motivo per cui ho deciso di discutere del caso del “Regina Pacis” è dato dal fatto che la vicenda rappresenta un caso limite che mostra una significativa lacuna della legge: l’eccessiva 6

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