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Matrici dell'interdipendenza settoriale nella programmazione economica

Informazioni tesi

  Autore: Lorenzo Ciccalè Bonaiuti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università Politecnica delle Marche
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economiche
  Relatore: Elvio Mattioli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 50

Il presente lavoro è uno studio dell’analisi Input-Output sia dal punto di vista teorico che applicativo.
Innanzitutto, occorre definire cosa sia questa I-O analysis: è una rappresentazione matematica di un intero sistema economico, sia esso nazionale o regionale. Tale sistema ha come elemento fondamentale una matrice a doppia entrata, dove sono riassunti tutti gli scambi che intercorrono tra gli ipotetici n settori di un’economia. Il sistema si completa con l’inserimento delle matrici delle importazioni degli impieghi finali (consumi, investimenti, variazione delle scorte etc.) e degli input primari (come i salari, gli oneri sociali etc.).
Dalla matrice degli scambi interni si deriva poi la matrice dei coefficienti diretti (o di spesa), suddividendo ogni impiego intermedio per il totale di produzione del settore in questione.
Da tale matrice (detta dei coefficienti diretti) si ottiene la matrice dei coefficienti di attivazione (o inversa di Leontief), calcolata sottraendo la matrice dei coefficienti diretti ad una matrice identità delle stesse dimensioni, e poi calcolando l’inversa.
Il ruolo dell’inversa di Leontief è fondamentale: riassume le esatte relazioni di interdipendenza che intercorrono tra i diversi settori, ed esprime il concetto di “effetto onda”. Infatti un aumento degli impieghi finali non “mette in moto” soltanto il settore x interessato dall’aumento stesso, ma anche tutti i settori interdipendenti con esso. Tale spinta si esaurisce però progressivamente, fino ad approssimarsi allo 0 per i settori meno integrati col settore x dell’esempio.
Inoltre, una relazione si rivela fondamentale: il vettore della produzione si ottiene moltiplicando l’inversa di Leontief per il vettore degli impieghi finali. Questa relazione è di fondamentale importanza nel contesto dell’utilizzo pratico del modello.
Sul fronte applicativo, in questo lavoro sono stati utilizzati dati reperiti presso l’ISTAT, e in particolare una serie di rilevazioni riassunte da matrici Input-Output.
Innanzitutto è stata eseguita un’analisi della struttura economica, considerando gli impieghi finali come unitari. Si è perciò visto che nei cinque anni che separano le due serie di dati utilizzate, la matrice dei coefficienti di attivazione (e con essa la struttura dell’economia), ha subito una serie di importanti cambiamenti. Nel corso del tempo si può dire che l’interdipendenza tra i settori è mediamente aumentata, e in particolare tre settori si sono distinti in questo senso: attività professionali, trasporti ausiliari e intermediazione finanziaria. Questi settori si sono dimostrati molto dinamici in merito al ruolo di fornitori di input: nella produzione del 2000, infatti, essi hanno un peso determinante, con effetti di aumento dell’interdipendenza con gli altri settori.
Dal punto di vista delle importazioni, poi, l’analisi svolta ha posto in evidenza come l’interdipendenza con le economie estere si aumentata nel corso del tempo, con il particolare contributo di alcuni settori (petrolio e gas naturale, macchine ed apparecchi meccanici, commercio all’ingrosso), che hanno scelto di effettuare più scambi con l’estero al fine di produrre il proprio output.
L’ultimo passo dell’analisi è stata la formulazione di una previsione sull’ammontare della produzione totale per l’anno 2000. A tale scopo è stata utilizzata l’inversa di Leontief del 1995, moltiplicandola per gli impieghi finali del 2000. La stima ottenuta si discostava dal dato effettivo solo del 2,79%. A livello disaggregato, la previsione ha commesso errori di rilievo solo in alcuni settori, come quello delle attività professionali, trasporti ausiliari e intermediazione finanziaria. Ciò non deve stupire se si tiene a mente i risultati dell’analisi precedente, svolta in presenza di impieghi finali unitari.
Gli impieghi finali hanno anch’essi subito un’evoluzione tra il 1995 e il 2000, aumentando generalmente in tutta l’economia. È chiaro che questo spiega in larga parte la maggiore produzione effettiva riscontrata nel 2000, rispetto a cinque anni prima.
Comunque, è chiaro che a questo punto si necessitava di un calcolo che permettesse di analizzare le componenti che avevano condotto a questa performance produttiva. I principali elementi che spiegano un progresso nella produzione sono l’aumento degli impieghi finali e il cambiamento verificatosi nella struttura dell’economia. La prima componente “pesa”, a seconda delle stime, dall’80 al 90%. La seconda, perciò, “pesa” per il 10 o 20%. La conclusione è che le previsioni effettuate a breve-medio termine con il modello I-O sono molto affidabili, e perciò dotate di una buona capacità previsiva.

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Introduzione “Se il grande fisico del diciannovesimo secolo James Clerk Maxwell dovesse partecipare a una riunione ordinaria della American Physical Society potrebbe incontrare serie difficoltà nel rendersi conto dell’argomento trattato. Nel campo dell’economia, al contrario, il suo contemporaneo John Stuart Mill seguirebbe facilmente il filo delle discussioni più avanzate dei suoi successori, del ventunesimo secolo. La fisica, applicando il metodo del ragionamento induttivo, ha proceduto dalla semplice osservazione e misurazione di certi eventi verso premesse totalmente nuove. La scienza economica, invece, rimane in gran parte un sistema deduttivo fondato su un insieme statico di premesse, la maggior parte delle quali erano familiari a Mill e di cui alcune risalgono alla Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith.” 1 Con queste parole il grande studioso Wassily Leontief, in un suo famoso articolo pubblicato nel 1951, introduceva per la prima volta nel mondo accademico un nuovo metodo di analisi economica, basato su rilevazioni statistiche ed elaborazioni matematiche, meglio noto come “analisi interindustriale o input-output”. Tale metodo, nei propositi del suo inventore, doveva combinare fatti e teoria economica, andandosi pertanto a collocare idealmente come una combinazione di elementi teorici ed econometrici. Non solo: nelle intenzioni originarie questo modello veniva posto come l’ultimo passo di un lento percorso di evoluzione della scienza economica, che aveva avuto in Lèon Walras, Vilfredo Pareto e Irving Fisher protagonisti di assoluto rilievo. Quindi l’analisi input-output voleva essere ed è un metodo di descrizione ed interpretazione del sistema economico altamente innovativo rispetto ai tentativi passati. In effetti tale analisi tiene conto della grande complessità del sistema economico, con particolare riguardo al fenomeno dell’interdipendenza settoriale, fulcro centrale di tutta questa struttura scientifica. E’ lo stesso Leontief che con un esempio chiarisce questo problema: “Tra uno slittamento dei salari e il suo effetto ultimo sui prezzi vi è una serie complessa di transazioni mediante le quali beni e servizi reali vengono scambiati tra diversi soggetti. Questi diversi passaggi sono sostanzialmente ignorati dalla formulazione classica della relazione tra due variabili”. “Riempire le vuote scatole della teoria economica”, questo è l’ambiziosissimo fine dell’analisi input-output, che attinge a piene mani dalle molteplici esperienze maturate nel campo dell’econometria e della teoria economica. L’obiettivo di questo lavoro è mettere in luce diversi aspetti relativi a tale analisi, sia da un punto di vista teorico che applicativo. 1 Cfr. W. Leontief, “Teoria economica delle interdipendenze settoriali”, Etas Kompass 1967

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