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Lo spazio del reale nel cinema italiano. Sguardi d'autore su Matera: Lizzani, Rosi, Pasolini.

Informazioni tesi

  Autore: Giusy Bianchi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi della Basilicata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Manuela Gieri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 82

Sono passati più di cent’anni dalla nascita del cinema, dalle prime proiezioni dei
fratelli Lumière, e fin dai primi spettacoli questa grande invenzione suscita negli spettatori l'emozione di chi assiste ad un evento del tutto nuovo e sorprendente. Ciò che maggiormente colpiva il pubblico, durante quelle proiezioni, era
il «realismo» della rappresentazione, la naturalezza e la «verità» degli oggetti e dei personaggi riprodotti. I primi spettacoli cinematografici erano tutti basati sugli effetti che illusoriamente riproducevano il movimento e tentavano la fedele riproduzione della realtà fenomenica. Per i fratelli Lumière il cinema, infatti, doveva fornire informazioni, doveva essere un’illustrazione realistica dei fatti quotidiani e della realtà sociale della vita contemporanea, in tutte le sue manifestazioni. Ed è questo lo stesso concetto che André Bazin, uno dei più influenti storici e teorici del cinema, pone al centro di uno dei più famosi saggi sulla settima arte, e cioè Il mito del cinema totale (1946). In questo scritto, il teorico francese afferma che l’intento dei “profeti” del cinematografo è quello di catturare la realtà nella sua interezza, nella sua completezza, e di restituire con l’immagine in movimento «un’illusione perfetta del mondo esterno». Oggi il cinema è diventato una componente essenziale e quotidiana della vita di tutti noi, e sono milioni le persone che si affollano nelle sale cinematografiche; viviamo in un fiume inesauribile di immagini, le quali da una parte documentano i problemi e le vicende del nostro tempo, e dall’altra riproducono finzione e fantasia. Ancor oggi i diversi generi cinematografici si muovono lungo i due grandi filoni che caratterizzarono l’esordio del mezzo, e cioè quello realistico e quello fantastico; essi, infatti, possono coesistere, come aspetti di una medesima realtà filmica, anche se è in atto una riscoperta dei valori d’origine, un ritorno ai principi realistico-informativi dello strumento cinematografico.
Il mio intento in questa tesi è dunque quello di rappresentare la vocazione originaria dello strumento cinematografico, ovvero quella di rappresentare la realtà che ci circonda, analizzando in particolare il lavoro di tre registi, Carlo Lizzani, Francesco Rosi, e Pier Paolo Pasolini, i quali, in maniera peculiare, hanno manifestato, attraverso il cinema, la loro passione per il realismo. Un ulteriore elemento che vorrei sottolineare, un denominatore comune fra i tre autori, è caratterizzato dalla scelta di Matera come luogo in cui ambientare i loro film.
Considerato il notevole contributo offerto dalla città dei Sassi, nell’arco di oltre cinquant’anni, per la realizzazione di 21 film a soggetto nonché un imprecisabile numero di corto o medio metraggi a carattere documentario, ciò che vorrei evidenziare in questo lavoro è la veridicità e l’autenticità di questo luogo. Una città che, con tutto il suo territorio circostante, si offre al cinema per una serie di elementi caratterizzanti, che identificano il suo paesaggio come testimonianza della storia e delle vicissitudini sociali e culturali del Mezzogiorno d’Italia.

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3 INTRODUZIONE Sono passati più di cent’anni dalla nascita del cinema, dalle prime proiezioni dei fratelli Lumière, e fin dai primi spettacoli questa grande invenzione suscita negli spettatori l'emozione di chi assiste ad un evento del tutto nuovo e sorprendente. Ciò che maggiormente colpiva il pubblico, durante quelle proiezioni, era il «realismo» della rappresentazione, la naturalezza e la «verità» degli oggetti e dei personaggi riprodotti.1 I primi spettacoli cinematografici erano tutti basati sugli effetti che illusoriamente riproducevano il movimento e tentavano la fedele riproduzione della realtà fenomenica. Per i fratelli Lumière il cinema, infatti, doveva fornire informazioni, doveva essere un’illustrazione realistica dei fatti quotidiani e della realtà sociale della vita contemporanea, in tutte le sue manifestazioni.2 Ed è questo lo stesso concetto che André Bazin, uno dei più influenti storici e teorici del cinema, pone al centro di uno dei più famosi saggi sulla settima arte, e cioè Il mito del cinema totale (1946). In questo scritto, il teorico francese afferma che l’intento dei “profeti” del cinematografo è quello di catturare la realtà nella sua interezza, nella sua completezza, e di restituire con l’immagine in movimento «un’illusione perfetta del mondo esterno»3. Infatti, Bazin stesso afferma: Il mito direttore dell’invenzione del cinema è dunque il compimento di quello che domina confusamente tutte le tecniche di riproduzione meccanica della realtà che nacquero nel XIX secolo, dalla fotografia al fonografo. È quello del realismo 1 M. Gieri, Cinema. Dalle origini allo studio system (1895-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 46-47. 2 Ibid. 3 Ivi, pp. 15-16.

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