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Potenza civile o impotenza militare? Le ragioni storiche, sociali e culturali dei vincoli imposti alla Politica di Sicurezza e di Difesa Comune

Informazioni tesi

  Autore: Mattia Polvanesi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Giorgio Natalicchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 214

In Europa si è assistito ad una eclissi della volontà e della capacità di usare la forza, un tempo elementi fondamentali dell'arte di governo. Questa devalorizzazione della potenza contribuisce a spiegare perché gli Stati europei abbiano imposto (auto)limitazioni alla Politica di Sicurezza e di Difesa Comune dell'Unione europea (PESD, oggi PSDC). Nonostante i timidi progressi negli ultimi dieci anni, è legittimo nutrire dubbi sull'efficacia di tale politica comunitaria, senza per questo scadere nell'europessimismo. L'Unione europea, fondata sul commercio e sullo stato sociale, non sarà mai una superpotenza militare, a meno che non rinunci alla propria "identità civile": ma perché dovrebbe farlo?
Il Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2009, non ha portato grandi cambiamenti: pur prevedendo la fusione dei tre pilastri, esso mantiene il settore PESC/PESD rigidamente separato dagli altri e dominato dal principio intergovernativo. Dopo aver analizzato la PESD secondo tre diversi profili (giuridico/istituzionale, operativo, economico/strutturale), ho individuato le principali carenze che contraddistinguono ciascuno di essi: 1) nonostante Lisbona, permangono numerose inconsistenze istituzionali e ambiguità di una gestione burocratica della politica di difesa; 2) è assente una chiara ambizione geostrategica, non esiste un esercito permanente europeo, e le 28 missioni intraprese finora dall'UE sono perlopiù di tipo civile; 3) le risorse militari sono insufficienti, soprattutto in termini di comando integrato e di coordinamento, e l'industria europea è in tale settore ancora estremamente frammentata. La via d'uscita da questa situazione di inefficienza è la flessibilità: nel processo di decision-making è stata introdotta la possibilità di astensione costruttiva, in ambito operativo le missioni possono essere intraprese da "coalizioni di capaci e volenterosi" create ad hoc, mentre per alleviare il capabilities-expectations gap è sempre più frequente il ricorso a cooperazioni rafforzate, cooperazioni strutturate permanenti e joint ventures.
La natura debole e ibrida della PESD può essere letta come una scelta da parte degli Europei: la scelta, più o meno consapevole, di rinunciare alla guerra. Le ragioni delle inefficienze individuate risiedono infatti, più che nelle divergenze politiche fra Stati membri, nella storia comune e nella cultura condivisa degli Europei. La memoria di secoli di conflitti sanguinosi ci ha tolto la fiducia nella possibilità di esportare la democrazia, tanto meno mediante coercizione. Al contrario, l'Europa si trova in una non-war community postmoderna, in cui la graduale demilitarizzazione della società ha prodotto la scomparsa della "cultura della guerra" e il ripudio della violenza come mezzo cui ricorrere nelle relazioni internazionali: diversamente dalla tradizionale sensibilità degli Americani per le perdite umane (caratteristica della cd. "era post-eroica" secondo Luttwak), quella degli Europei è un'avversione quasi ideologica al conflitto, ispirata al progetto di "pace perpetua" di kantiana memoria. Grazie al suo potere di trasformazione (o "aggressione passiva"), invece di minacciare l'uso della forza, l'Unione minaccia di non usarla, cioè di precludere la propria amicizia o la prospettiva di ingresso (e.g. Serbia, Turchia).
Pertanto, alla domanda "potenza civile o (im)potenza militare?" possiamo rispondere che la debolezza della PESD dev'essere interpretata non come segno dell'inefficacia dell'UE in quanto attore militare, ma piuttosto come fattore di potenza civile, un ruolo certamente più consono alla sensibilità politica dei cittadini europei. Secondo molti autori, la recente militarizzazione dell'UE avrebbe reso obsoleto il concetto di "Europa potenza civile", coniato nel 1972 da Duchêne: tale nozione, invece, non costituisce un eufemismo né una "contraddizione in termini" (Bull, 1983), né tanto meno un sintomo di debolezza e incapacità (Kagan, 2003), ma è al contrario il frutto di una scelta consapevole e coerente. Inoltre, la creazione di (limitate) capacità militari, da affiancare alla diplomazia, all'influenza politica e alla pressione economica, non mette in discussione, ma al contrario rafforza il ruolo di potenza civile dell'Unione: reinterpretando la definizione idealtipica ducheniana, l'Unione deve passare da potenza civile by default a potenza civile by design.

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Nel 2009 si sono celebrate due importanti ricorrenze, entrambe legate alla difesa dell'Europa: i sessant'anni del Trattato dell'Atlantico del Nord, e il primo decennio di vita della Politica Europea di Sicurezza e di Difesa (PESD); tale anno è stato battezzato da molti, primo fra tutti l'ex Alto rappresentante dell'Unione per la 1 Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), Javier Solana, “anno della PESD” . Il decimo anniversario della PESD è stato salutato con soddisfazione talvolta retorica da molti europeisti; infatti, dal momento che non esiste un esercito europeo né un’istituzione sovranazionale pienamente sovrana nell'ambito della difesa, è davvero possibile parlare dell'esistenza di una simile politica? Senza soccombere al cd. “europessimismo”, ci sembra più che legittimo interrogarsi sui vincoli che limitano l'efficacia della difesa europea e avanzare dei dubbi sui suoi 2 progressi nell'immediato futuro . Lo spunto per questo lavoro è nato anche dalla constatazione di un'altra, fondamentale, mancanza che contraddistingue l'attuale situazione della PESD: l'inesistenza di un mercato europeo di difesa. Nell'ambito di un'Unione europea che rappresenta il PIL più elevato del pianeta, e di un Mercato Europeo Comune (MEC) che investe praticamente tutti i settori del commercio, come si spiega una simile mancanza? Il fatto che il mercato degli armamenti all'interno dei confini europei continui ad essere fondato prevalentemente su basi nazionali rappresenta un'eccezione perlomeno singolare (cfr . paragrafo 2.3). Il presente lavoro vorrebbe tuttavia superare le semplificazioni e le 3 dicotomie che dal 2003 continuano ad affascinare molti autori : antico/nuovo, moderno/postmoderno, europeista/atlantista, venusiano/marziano, potenza 1 SOLANA Javier (2009), “10 years of European Security and Defence Policy”, ESDP Newsletter, special issue, ottobre 2009. 2 HEISBOURG François et alii (2008), “L'Europe et la puissance – Europe and , collezione “Penser l'Europe”, Paris: Culturesfrance, p. 57. 3 Tra gli altri, KAGAN Robert (2003), “Of Paradise and Power: America and Europe in the New World Order”, New York: Alfred A. Knopf; ELGSTROM Ole e SMITH Michael (eds.) (2006), “The European Union's Roles in International Politics. Concepts and analysis”, London-New York: Routledge. 8 power” Introduzione

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