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Agricoltura sostenibile: dal "genius loci" ai Des, passando dagli ecomusei

Informazioni tesi

  Autore: Vania Martinelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Cristina Grasseni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 76

Globalizzazione, territorializzazione, si può pensare ad una loro connessione? Questa domanda mi ha proiettata in quella dimensione che viene definita “relazione”, che non è solo difendere le proprie specificità identitarie, ma riuscire a situalizzarle in relazione con il mondo. La relazione con il territorio è sicuramente una variabile che sta emergendo con grande forza al giorno d’oggi. Gli antichi romani la definivano il “genius loci”; questo “spirito del luogo” dà vita a popoli e luoghi e determina il loro carattere o essenza. Rivalutare in modo ermeneutico lo “spirito del luogo” è l’unico modo che permette di rilanciarlo nel futuro e di garantire il rapporto di olistica reciprocità tra: essere umano-ambiente-natura.
L’essere umano attraverso i suoi comportamenti e le sue decisioni può influenzare l’indirizzo del futuro, anche nei gesti quotidiani, anche nel più semplice dei gesti come quello del mangiare, che è prima di tutto un “atto agricolo” si determina in modo sostanziale il futuro di un territorio e della sua economia agricola. Ecco perché puntare su una agricoltura sostenibile può essere il primo passo verso una “sostenibilità umana”. Una sostenibilità umana che va implementata rispettando i suoi saperi.
La democratizzazione del sapere diventa dunque una precondizione della liberazione umana; la si può fare partendo dal “basso”, incontrando le persone con le proprie microstorie: microcambiamenti per contrastare i megaprocessi di desertificazione sociale, della crescita ipertrofica della mercificazione; la nascita di forme di autorganizzazione sociale rappresentano la reazione della società. Una società che sta costruendo nuove forme di mutualismo, cioè di scambio socioeconomico fondato sulla reciprocità, su un forte senso di etica sociale nei comportamenti. Caratteristiche che entrano appieno nella Rete di economia solidale (RES) del giorno d’oggi. La pratica di questo potere secondo un senso di responsabilità verso i propri acquisti viene chiamata “Consumo critico”: è la dimensione solidale che conferisce a questa economia alternativa l’aspetto relazionale basato su rapporti diretti e sostenibili con l’ambiente circostante. Una relazione che va oltre la mera economia consumistica. Ma tutto questo non da soli. Ruolo importante di sussidiarietà istituzionale potrebbero averlo gli “Ecomusei”: musei al servizio dell’ambiente in cui gli abitanti e l’intera comunità stabiliscono rapporti dinamici con la propria tradizione. Un Ecomuseo è dunque l’organizzazione e la valorizzazione di quanto il tempo e l’uomo hanno lasciato sul territorio, divenuto esso stesso una sorta di “museo diffuso”, pertanto il territorio va letto come un sistema complesso in continua evoluzione proprio attraverso l’interrelazione con i suoi abitanti. Questa interrelazione è la base di quello che viene definito patrimonio culturale.
Si può educare al patrimonio culturale? H.de Varine riprende questo concetto dal contesto educativo brasiliano, lo definisce come un’attività di carattere generale che interessa una popolazione e il suo territorio, questa educazione si ispira alla pratica dello scambio di saperi, alla condivisione di conoscenze. Principi di responsabilità sociale, ambientale e culturale che si ritrovano in un altro concetto nato anch’esso nella realtà brasiliana: il “bem-vivir” di Mance, che definisce tale concetto: l’esercizio concreto della libertà democratica.
Il “bem-vivir” è un’idea di benessere che si nutre di relazioni sociali, di condivisione; è contrapposto a quel “ben-avere” che nella mentalità dominante coincide con il benessere. Il “bem-vivir”propone come fine il benessere individuale interrelato con quello collettivo attraverso la collaborazione solidale. La visione di Mance è una sorta di “illuminazione” per gli attivisti “dell’altra economia”.
Il cambiamento va radicato nei luoghi, nelle pratiche concrete, ma non può tralasciare una richiesta di giustizia sociale su scala internazionale. Per i sostenitori della “decrescita felice”, la nuova economia del post-sviluppo è descritta come una società conviviale, un nuovo “stato sociale del benessere” imperniato sulle relazioni sociali e famigliari.
Nonostante tutti gli sforzi della “new economy”, l’economia della globalizzazione è estremamente debole su di un bisogno fondamentale dell’uomo, quello di comunicare. Infatti per l’uomo è impossibile non comunicare, e si può fermamente credere che le relazioni dirette “guardandosi in faccia”, libere e non mercificate, soddisferanno meglio questa esigenza profonda dell’umanità. Anche se tuttora prevale la “legge dei mercanti”, domani, con la speranza che non sia molto lontano, dovrà prevalere la “legge della solidarietà”.
Alla fine, sarà una rete di relazioni l’unica in grado di imbrigliare e addomesticare la globalizzazione.

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INTRODUZIONE Cosa sta succedendo nel mondo? Globalizzazione, territorializzazione si può pensare ad una loro connessione? Locale e globale possono convivere? È importante difendere e salvaguardare le proprie specificità ma è altrettanto importante capire che cosa sta avvenendo fuori, al di là della nostra identità. Capire cosa questo significa, vuol dire entrare in quella dimensione che oggi viene definita “relazione”; cioè la grande sfida del futuro, che non è soltanto difendere le identità, ma entrare in relazione con il mondo. È forse questo un lusso? Sì. Il lusso del futuro è riuscire ad essere ascoltati ed ascoltare: l’ascolto è qualcosa che va oltre le variabili economiche classiche perché, oggi, per le persone la qualità della vita, l’arte del vivere, non è legata solo alla disponibilità economica, ma alla capacità di avere tempo per le relazioni. Relazioni che sono una peculiarità di tutti i sistemi sostenibili in quanto operano in un insieme cooperativo e coevolutivo, un processo dove niente e nessuno sovrasta l’altro, dove diversità e reciprocità sono interrelati. La sostenibilità e la diversità sono ecologicamente legate, perché la diversità crea una molteplicità d’interazioni in grado di sanare il disagio ecologico in ogni parte del sistema. Ma fino a che punto l’essere umano e la tecnologia da quest’ultimo introdotta possono intervenire nell’assetto biologico della natura, anche in nome di un certo “miglioramento”? L’essere umano con la sua tracotanza crede di poter o dover intervenire nel complesso processo evolutivo dove la natura già è maestra. Accettare la diversità ma ancor meglio includerla in ogni sua forma migliorerebbe il rapporto: uomo-ambiente-natura. Un rapporto che non deve essere analizzato nelle sue parti culturali, sociali e ambientali, bensì considerato nella sua olistica reciprocità. Sviluppo e sistemi biologici non sono processi dicotomici, solo l’uomo è riuscito a renderli tali, così come è riuscito a corrompere la loro mutualità. Gandhi con la metafora del “filatoio” ha sfidato tali concetti. Sostenibilità e diversità devono entrare nella mente degli uomini non come nemiche da eliminare, ma come “fini” da raggiungere e rispettare. L’uomo non è al di fuori dal mondo e dalla sua realtà, è un suo abitante, e come altre specie ha il dovere e l’onere di rispettarlo. Puntare su una agricoltura sostenibile può essere il primo passo verso una “sostenibilità umana”, tuttora un utopia. Il fatto però che l’uomo si faccia domande inerenti alla 2

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