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L'arte di uccidere. Estetizzazione del delitto da De Quincey a David Fincher

Informazioni tesi

  Autore: Marco Rovaris
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Scienze Umanistiche
  Corso: Culture moderne comparate
  Relatore: Alessandra Violi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 143

È possibile descrivere un delitto da un punto di vista estetico? E fino a che punto la morale rappresenta un impedimento? De Quincey, a questo proposito, compie un passo decisivo con "L’assassinio come una delle belle arti", nel quale lo scrittore inglese teorizza la possibilità di considerare l’omicidio come, appunto, un’opera d’arte, sovvertendo, per la prima volta, il potente impianto etico a favore di un’analisi estetica. Il pensiero dell'autore, che non dimentica la lezione shakespeariana e gli orribili delitti commessi dagli imperatori romani, si svilupperà nella teoria del delitto gratuito, sperimentata da autori quali Sade, Diderot, Dostoevskij, Gide, Poe, Wilde, Schwob, Baudelaire, Borges, Burgess, Huysmans.
Il ruolo del testimone e del suo occhio legittima uno sguardo sul cinema, in particolare su quelle opere che meglio sviluppano il rapporto tra assassino e vittima. Da qui l'analisi dei film di Hitchcock, De Palma, Lang, Lenzi, Allen, fino al capitolo finale dedicato a "Seven", il capolavoro di David Fincher.

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3 INTRODUZIONE L‟assassinio, in generale, ove la simpatia degli uomini è rivolta unicamente all‟assassinato, è fatto che desta un grossolano senso d‟orrore, per questo che rivolge il nostro interesse soltanto sul naturale ma ignobile istinto pel quale siamo attaccati alla vita. […] Tale istinto abolendo ogni distinzione fra gli uomini fino ad abbassare il più eccellente di essi al livello del «bruco meschino» mostra la natura umana nel suo aspetto più vile ed umiliante. Tale aspetto non è affatto interessante per un poeta. Che deve dunque fare il poeta? Rivolgere il suo interesse sopra l‟assassino. La nostra simpatia dev‟essere adunque per lui. […] Nell‟assassino, dico in un tipo d‟assassino del quale il poeta può compiacersi, debbono infuriare grandi burrasche di passioni – gelosia, ambizioni, odio, vendetta – che faranno del suo animo un inferno: ed è appunto dentro a tale inferno che noi dobbiamo scrutare. 1 È possibile descrivere un delitto da un punto di vista estetico? E fino a che punto la morale rappresenta un impedimento? De Quincey, a questo proposito, compie un passo decisivo con L’assassinio come una delle belle arti, nel quale lo scrittore inglese teorizza la possibilità di considerare l‟omicidio come, appunto, un‟opera d‟arte, sovvertendo, per la prima volta, il potente impianto etico a favore di un‟analisi estetica. Il primo capitolo presenta un‟analisi dei concetti e dei riferimenti letterari enumerati da De Quincey nell‟edizione completa del saggio (1851), oltre a un excursus sulle atrocità degli imperatori della Roma classica. La tesi dello scrittore inglese trova la sua legittimazione nel concetto di sublime, elaborato da Burke e perfezionato da Kant, che De Quincey applica, in modo brillante e innovativo, all‟assassinio: relegata in secondo piano la legge morale, si può affermare che la sensazione sublime di smarrimento e impotenza che si prova di fronte alle più maestose manifestazioni della natura corrisponde al terrore del soggetto che si trova a contemplare un‟azione delittuosa. Essendo l‟approccio imprescindibile dalla percezione del soggetto, la tesi di De Quincey prende corpo nella figura del testimone, protagonista di alcune sue cronache e spettatore privilegiato dell‟omicidio in via di compimento. Il suo rapporto ravvicinato con 1 T. De Quincey, Bussano alla porta di Macbeth, Caddeo, Milano 1921, pp. 18-19.

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