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Handicap, lavoro e cooperative sociali. Educazione e riabilitazione psico-fisica della persona affetta da deficit mentale attraverso il lavoro in una cooperativa sociale

Informazioni tesi

  Autore: Giuseppe Boninsegna
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1995-96
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Pedagogia
  Relatore: Franco Larocca
Coautore: Gabriele Poletti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 144

Don Antonio Mazzi aveva ragione quando dieci anni fa si preoccupava della facilità con cui nascevano nella Regione Veneto le cooperative sociali con lo scopo d'inserire in un ambiente di lavoro persone adulte disabili o svantaggiate.
Il progresso delle scienze umane ed in particolare della scienza pedagogica, infatti,: 1) ci ha fatto comprendere la differenza tra inserimento ed integrazione, cioè la differenza tra una semplice vicinanza fisica alla persona affetta da handicap e un vero rapporto educativo dove la modifica reciproca dei soggetti coinvolti (educatore/educando) permette il superamento delle resistenze alla riduzione di asimmetria.

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I N T R O D U Z I O N E "... Dopo aver camminato più di mezz'ora, arrivò ad un piccolo paese detto "Il paese delle Api industriose". Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare... -Ho capito- disse subito quello svogliato di Pinocchio -questo paese non è fatto per me! Io non sono nato per lavorare!-. Intanto la fame lo tormentava... A chiedere l'elemosina si vergognava… I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro" ( nota 1 ). Nell'età moderna e in quella contemporanea il valore del lavoro è tanto riconosciuto dall'uomo che fin dalla letteratura per la prima infanzia egli abitua i suoi piccoli a riconoscere ed interiorizzare l'importanza di "guadagnarsi il pane". Naturalmente qui non si parla del lavoro industriale, parcellizzato e ripetitivo, frutto dell'organizzazione taylorista tesa a massimizzare il profitto a scapito dei rapporti umani. Ci si riferisce, invece, al lavoro "artigianale", creativo, che coinvolge "mente e corpo" della persona nella realizzazione di un prodotto dal suo inizio (dalla materia grezza) alla fine (all'oggetto pronto a soddisfare un bisogno). Anche la scienza pedagogica moderna lo considera un aspetto fondamentale dell'educazione riconoscendo alle "attività manuali e pratiche" la dignità di metodo educativo per eccellenza al fine di favorire nel bambino il passaggio dal concreto all'astratto o, al contrario, dai principi teorici alla realtà oggettuale. Scrive Rosseau ne "L'Emilio":" Conducetelo a visitare fabbriche ed opifici, sempre esigendo che di ogni lavoro cui assiste faccia esperienza anche con le proprie mani... A tale scopo lavorate voi stessi, dategli ovunque l'esempio: perchè diventi maestro, recitate ovunque la parte dell'apprendista e state certi che un'ora di lavoro gl'insegnerà più cose di quante ne terrebbe a mente dopo una giornata di spiegazioni teoriche". ( nota 2 ) Pestalozzi attorno al 1770, nel periodo di Neuhof, impianta un laboratorio per la filatura del cotone e occupa in questo lavoro i fanciulli poveri del vicinato, che vengono così sottratti all'ozio e all'accattonaggio. Egli è più che mai convinto che nessun animo, per quanto abbattuto e avvilito, possa non ridestarsi al gusto dell'onestà qualora venga trasferito in un ambiente sano e sereno e avviato ad un lavoro disciplinato. Froebel nella prima metà del 1800, scrive nella sua opera "Educazione dell'uomo": " L'idea che l'uomo lavori agisca e crei solo per conservare la sua spoglia corporea, per procurarsi pane, casa e vesti, è uno stolto pensiero... Il vero significato del lavoro è ben altro: Dio crea ed opera sempre, ininterrottamente: Dio creò l'uomo come una copia di se stesso; perciò l'uomo deve creare ed agire a somiglianza di Dio. Così comportandoci noi diamo corpo allo spirito, al divino che è in noi"( 3). Lambruschini, nello stesso periodo, non si limita ad affermare che i lavori possono, per contrasto, far meglio apprezzare le occupazioni dello spirito, ma sostiene che le scienze, come la fisica, la chimica, l'agricoltura non s'imparano bene "se non ci si pone ad operare" ( 4). Inoltre la gioia del fare, e la prova evidente dell'utilità pratica del sapere, sono la molla che fa scattare l'interesse e l'impegno. John Dewey, agli inizi del nostro secolo, si dichiara preoccupato della scissione fra cultura e lavoro. Al tempo in cui la maggior parte 3

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