Parola di Beatles. Analisi del testo verbale nell'opera dei Beatles

Tesi di Laurea

Facoltà: Lingue e Letterature Straniere

Autore: Marta Miccoli Contatta »

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“In principio erano i Beatles”, voce e dignità di una generazione sino a quel momento relegata al mutismo dalla funzionalità del mondo adulto.
Il nome dei Beatles è stato incollato ad un’immagine appartenente al mondo della musica e le loro canzoni a lungo confinate nell’angusta casella della loro epoca. Collocare l’opera dei Beatles esclusivamente nella contemporaneità del movimento beat e del colorato Flower Power significa ridurre alla pietrificazione un testo vivo che rappresenta una generazione senza tempo. Con il trascorrere degli anni, i testi delle loro canzoni si sono arricchiti di tanti, nuovi significati e si offrono a varie interpretazioni, impensabili ed impossibili nel periodo in cui furono composte.
Il nostro lavoro non indaga sulle intenzioni degli autori ma analizza il senso “altro” che si libera in ciascun testo e che scalpita recalcitrante ad ogni tipo di classificazione. La tesi si suddivide in cinque capitoli ed ognuno di essi si occupa di una particolare tematica. Nel primo capitolo viene trattato il tema della solitudine, intesa, nelle prime canzoni, come una minaccia da sventare grazie ad una unione solidale con il pubblico: il tono confidenziale dei primi testi mette in risalto il rapporto diretto tra ascoltatore ed autore. I Beatles diventano i portavoce della nuova generazione, consapevole del senso di inadeguatezza che l’ambito familiare genera. Il rispetto per l’alterità predomina nel paragrafo che si occupa della solitudine provata dagli emarginati, resi tali da una società che asservisce e giudica in nome dell’utilità e del profitto.
Il secondo capitolo analizza, nella maggior parte, i testi più maturi dei Beatles, impegnati ad aprire al disimpegno le frontiere della mente ed a scoprire ogni nuova prospettiva che non abbia e non imponga barriere. L’indeterminatezza del sogno viene considerata un valore, troppo spesso soffocato dalla società che privilegia il controllo ed il dominio sull’io, rifiutando l’inconoscibile.
Il terzo capitolo tocca un aspetto quasi sconosciuto del “pianeta” Beatles, accennando ai libri del beatle letterario, John Lennon. I puns ed i nonsense proliferano nei suoi racconti e nelle sue poesie e solo in seguito compaiono nei testi di alcune sue canzoni scritte per i Beatles, nelle quali la polivalenza della parola, il gioco di ambiguità e di rimandi sovverte ogni decodificazione della Lingua.
Il quarto capitolo è dedicato alla satira, ai testi che colpiscono quelle figure della società legate agli interessi dell’individualismo ed al possesso. Uno dei paragrafi si occupa della sarcastica autoparodia con cui i Beatles hanno voluto smitizzare la loro leggenda.
Infine, il quinto capitolo tratta del luogo comune “per eccellenza” delle canzoni, di quelle dei Beatles in particolare: l’amore. Dall’amore come sentimento adolescenziale all’eros del gioco della seduzione, alla follia della passione ed alle metafore sessuali: viene anche toccato il delicato argomento del desiderio della madre ed il conseguente transfert sulla persona amata. Il tema dell’amore universale conclude il nostro lavoro: “Love” è l’utopia che offre la possibilità di superare ogni dicotomia, di far fuoriuscire l’altro dall’ordine e dall’unilinearità del sè.

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La parola “Beatles” è un gioco di significanti che non porta ad un unico significato e stimola una certa creatività nella traduzione. Per quanto riguarda la lingua italiana, essa ha tradizionalmente assegnato al nome con cui i quattro artisti si erano battezzati come gruppo il significato “sbrigativo” di “scarafaggi”: ciò che in italiano viene, invece, ad identificarsi con “scarafaggi” è il termine inglese “beetles”. Inoltre, la loro immagine basata su una strana similarità fisica faceva risaltare ulteriormente l’analogia con una categoria di insetti difficilmente discernibili gli uni dagli altri. Un richiamo fonetico intercorre tra “beetles” e “Beatles”, che è, in realtà, un neologismo. Questa nuova parola nasce dalla fusione di due termini: “beetles”, appunto, e “beat”. Mentre per il primo termine è stato facile risalire ad un significato ben preciso, il secondo si offre a varie interpretazioni: si potrebbe leggere “beat” come sinonimo di “beatnik”, considerando l’influenza molto forte, in quel tempo, dei poeti della Beat Generation. Ma l’aspetto a cui il termine è legato è principalmente quello musicale: “The idea of beetles came into my head. I decided to spell it BEAtles to make it look like beat music, just as a joke” ha chiarito John Lennon, assumendosi la paternità della coniatura. Sin da ragazzo Lennon aveva manifestato un’abile capacità nel giocare con le parole; a quindici anni faceva già circolare a scuola e fra gli amici poesie caricaturali, racconti grotteschi nonché disegni dai personaggi deformi con annotazioni satiriche come didascalie. E’ quasi per caso che, più tardi, arriva a pubblicare alcuni dei suoi lavori su un giornale di Liverpool. Dai primi componimenti di Lennon affiora un particolare senso dell’assurdo e del ridicolo, una predisposizione verso i puns ed il nonsense che caratterizzerà i suoi primi due libri, In His Own Write e A Spaniard in the Works e solo in seguito emergerà anche nei testi delle sue canzoni.