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Tra dolci illusioni e amare realtà: un percorso nel cinema di Federico Fellini da ''Luci del varietà'' (1950) a ''La dolce vita'' (1960)

Informazioni tesi

  Autore: Filippo Guidera
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Federica Villa
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 169

Il cinema di Federico Fellini fino agli anni sessanta in rapporto con la realtà storica italiana: la cultura popolare, il cammino dal dopoguerra al boom economico trasfigurati nei film Luci del varietà, Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Il bidone, Notti di Cabiria, La dolce vita.
Una nuova e diversa lettura del cinema felliniano e dei suoi personaggi ricorrenti ispirata dai grandi critici internazionali: da Bondanella a Rosenthal, passando per Burke e Stubbs.
Questa tesi si propone di tracciare un percorso nella cinematografia di Federico Fellini dagli esordi con Luci del varietà fino alle soglie degli anni sessanta, quando uscì quel grande spartiacque della storia del cinema mondiale che risultò essere La dolce vita. Se si mette la lente d’ingrandimento su questi “sei film e mezzo” della vasta produzione felliniana non si può che accoglierne l’omogeneità: questo percorso vuole evidenziare come tale coesione dipenda dalla centralità dei medesimi temi, ovvero le illusioni, la loro creazione e le difficoltà nel liberarsene, il loro contemporaneo essere evasioni e prigioni che “bloccano” le persone, la delusione provocata dal loro scontrarsi con la realtà. Sono, questi, temi che ritornano continuamente e con insistenza nel cinema di Fellini, caratterizzando le ambientazioni, le storie e i personaggi: fin dalla prima inquadratura del primo film essi prendono vita e, in una evoluzione a spirale che unisce le diverse pellicole, arrivano a toccare il vertice con l’avventura romana di Marcello Rubini, la quale che senza dubbio condensa tutto il senso di questa parte della filmografia felliniana. Nella esteriorizzazione di tali tematiche, Fellini mette in gioco tanto la sua vita quanto l’autobiografia dell’Italia degli anni cinquanta, mostrandone direttamente la cultura popolare e soprattutto, indirettamente, sogni, aspirazioni e paure.

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PREMESSA Quando si vuole affrontare un lavoro critico sull’opera di Federico Fellini occorre prima di tutto chiedersi, poiché sarà ciò che domanderanno molti, se abbia un senso occuparsi di quello che è senza il minimo dubbio il regista italiano a cui sono stati dedicati più libri e studi di chiunque altro. La risposta, affermativa, ha delle motivazioni innegabilmente valide e riguarda principalmente il tipo di atteggiamento che spesso la critica (soprattutto nazionale) ha avuto nei confronti del regista riminese e quello che intende avere chi si accinge a scrivere sul suo cinema. Il rapporto tra Federico Fellini e la critica cinematografica italiana è ben lungi dai toni aspri che sembra richiamare l’impiccagione dell’intellettuale Daumier immaginata dal regista in81/2: i torti iniziali fatti ai danni dei primi film di Fellini da critici militanti (come Guido Aristarco della rivista Cinema Nuovo) sono stati, col tempo, ampiamente risarciti dalla totale venerazione (ai limiti del divismo) che ha accompagnato la sua figura almeno dalla metà degli anni sessanta in poi, un vero e proprio harem critico che tanto si avvicina a quello di donne che in una scena del film circonda il regista Guido Anselmi. Tuttavia, un rapido scorcio all’immensa bibliografia felliniana suggerisce che l’interesse sempre crescente verso il cinema di Fellini ha spesso e volentieri prodotto, accanto a pochi e validissimi lavori sull’opera, una moltitudinedibiografie, trascrizionidisceneggiature 1 , repertorifotografici, raccoltedidisegni, interviste al regista, ad amici, colleghi e parenti. Opere di questo tipo, pur di indubbia utilità e giustificazione, avvallano la visione di Fellini come una sorta di santone o guru, un inventore di mode, un simpatico bugiardo (“celestiale mistificatore” lo definì in un’intervista Oriana Fallaci), raccontando la sua opera come un eterogeneo miscuglio di autobiografismo, populismo, personaggi bizzarri e incomprensibili fantasticherie: insomma rappresentano il suo cinema come un fenomeno isolato da tutto e da tutti, risultato della proiezione dell’“uomo” Fellini. Niente di più vero e, allo stesso tempo, di più falso. Questi punti di vista non sentono la necessità di rintracciare delle linee guida cinematografiche (che riguardino cioè l’estetica 1 Mi pare abbastanza singolare che Fellini sia uno dei pochi registi italiani di cui siano state pubblicate, in un’ apposita collana da Cappelli, tutte le sceneggiature dei suoi film, lui che non le amava particolarmente (e come si può notare confrontandole coi film, neanche le rispettava tanto) tanto che, quando Mastroianni gli chiese di poter vedere quella della Dolce vita prima di accettare il ruolo del protagonista, Fellini per tutta risposta gli mostrò un disegno osceno. 3

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