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Il rating e l'evoluzione del rapporto Banca-Impresa

Informazioni tesi

  Autore: Donato Martone
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Seconda Università degli Studi di Napoli
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economiche
  Relatore: Mario Mustilli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 69

L'elaborato analizza l'incidenza degli Accordi di Basilea ed, in particolare, di Basilea II e l'introduzione del rating, nella dinamica del rapporto tra sistema imprenditoriale e creditizio, definendo le maggiori competenze in materia di pianificazione strategica e di comunicazione economico-finanziaria richieste, in particolar modo, alle PMI, che costituiscono oltre il 99% tessuto produttivo italiano. Parliamo di aziende caratterizzate da una struttura societaria orientata al modello del "family business", la cui principale, o meglio, unica fonte di finanziamento è rappresentata dal capitale di debito di matrice bancaria. Ne consegue che, i mutamenti regolamentari del sistema creditizio relativi agli ultimi decenni, hanno trasformato, in maniera sostanziale, anche il rapporto con il sistema imprenditoriale. In tale contesto, assumono un ruolo rilevante gli Accordi di Basilea. L'innovazione principale di Basilea II è rappresentata dal "rating", che può essere definito come l'insieme delle procedure di analisi e calcolo mediante le quali è possibile ottenere valutazioni specifiche, nella forma di un codice alfanumerico, del merito creditizio dei singoli affidati.L'evidenza empirica mostra che Basilea II ha determinato una maggiore trasparenza nel legame tra probabilità di default delle imprese e pricing del credito applicato dalle banche, con conseguente aumento dell'efficienza complessiva nel mercato del credito. Tale aspetto ha però determinato, negli ultimi anni, una riduzione complessiva dei finanziamenti erogati alle imprese di piccole e medie dimensioni. I critici ritengono che il motivo fondamentale di tale credit crunch sia la standardizzazione e l'approccio molto quantitativo imposto dai modelli di rating, che ignorano i fattori di natura qualitativa, alla base del vantaggio competitivo delle PMI, e che possono essere considerati solo attraverso un rapporto relazionale di lungo termine tra banca ed impresa. Allo stesso tempo è necessario considerare che la maggior parte delle PMI italiane è caratterizzata da una elevata "opacità informativa" che ne ha, senza dubbio, compromesso l'accesso al credito. L'Accordo Basilea III introduce ulteriori requisiti di patrimonializzazione, volti ad incrementare qualità e livello della base patrimoniale; uno standard di leva finanziaria (LR), misure anticicliche per ridurre la "prociclicità" delle regole prudenziali, come il buffer anticiclico. Sono altresì previsti requisiti di liquidità quali LCR e NSFR. A differenza di Basilea II che, con l'introduzione dei sistemi di rating, ha influenzato anche i comportamenti e le attività delle imprese, il nuovo Accordo coinvolge solo le banche. Secondo i critici, l'iper-regolamentazione di Basilea III, se da un lato renderà complessivamente stabile, solido e sicuro il sistema bancario, dall'altro determinerà inevitabilmente un aumento del costo del denaro e riduzione dell'ammontare del finanziamento erogabile, in particolare alle imprese di piccole dimensioni. Al di là degli aspetti regolamentari e delle relative conseguenze,occorre tuttavia riflettere sull'adeguatezza di un sistema produttivo basato su imprese di piccole e medie dimensioni. Infatti, in un'ottica europea e mondiale di stampo neoliberista e con mercati fortemente globalizzati, esso appare quanto mai obsoleto, ed incapace di sostenere la crescente competizione internazionale. Quindi il razionamento del credito, determinato dall'iper-regolamentazione degli Accordi di Basilea, risulta potenzialmente deleterio per le imprese che non hanno investito gli utili conseguiti per favorire una crescita dimensionale e l'internazionalizzazione, l'accesso a settori innovativi ed l'acquisizione di un rating. Appare quindi necessaria una rinnovata visione strategica di lungo periodo da parte delle imprese italiane, chiamate all'integrazione nel contesto internazionale. Al tempo stesso, occorre riqualificare gli istituti di credito, imponendo ulteriori vincoli alle attività di carattere speculativo e vigilando sulla concreta destinazione al finanziamento dell'economia reale delle risorse monetarie reperite, a basso costo, dalle banche presso gli istituti di credito centrali. Infine, appare quanto mai attuale una seria riflessione sull'adeguatezza del sistema economico europeo al quale l'Italia, attraverso la firma di vari trattati internazionali, ha scelto di aderire; le caratteristiche del sistema produttivo italiano risultano, infatti, incompatibili con le richieste e la visione di politica economica imposta da decisioni di organi sovranazionali. A tal proposito, è inevitabile considerare la possibilità di ripristinare una sovranità regolamentare che valorizzi le caratteristiche peculiari delle imprese nazionali, quali la vocazione alle esportazioni e la produzione di beni di elevata qualità, permettendo di riacquisire la competitività persa a partire dalla fine degli anni novanta del secolo scorso.

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2 INTRODUZIONE Il tessuto produttivo italiano appare, nel confronto europeo, concentrato sulla piccola e media impresa. Secondo i dati Istat relativi al 2001, le micro, piccole e medie imprese con meno di 100 addetti rappresentano il 99,7% del totale. Esse producono il 61% del valore aggiunto del sistema Paese e occupano il 60% della forza lavoro (ISTAT, rapporto annuale, 2011). Il mercato del capitale di debito di matrice bancaria, svolge un ruolo tradizionalmente rilevante nell'economia nazionale; il sistema bancario, infatti, fin dagli anni cinquanta del secolo scorso, è stato il motore principale del boom economico, accompagnando le trasformazioni del sistema economico fino ai nostri giorni. Inoltre, il rapporto banca-impresa assume una importanza notevole quale naturale conseguenza del modesto, se non nullo, ricorso ai mercati finanziari da parte delle PMI italiane (Borsa Italiana, 2004). Tale fenomeno è giustificato da due principali caratteristiche storiche del nostro sistema produttivo: 1. Il nanismo delle imprese, che nella maggior parte dei casi sono di piccole dimensioni. 2. Il sistema produttivo improntato prevalentemente al modello del "family business" (Gangi F., Campanella F., 2011). L'esigua dimensione della maggior parte delle imprese implica un valore medio degli investimenti talora insufficiente per attrarre capitali e fondi di investimento sia nazionali che internazionali. Inoltre, esse sono caratterizzate da scarsa capacità informativa e un sistema proprietario chiuso, che ostacola l'accesso a modalità di finanziamento diverse da quella di matrice bancaria. Tuttavia, nell'ultimo decennio, il sistema economico è stato interessato dalla contemporanea trasformazione strutturale ed irreversibile dei sistemi creditizio ed imprenditoriale che ha mutato, almeno in parte, il rapporto tra i due principali attori dell'economia. Le PMI, al fine si sostenere la crescente competizione internazionale, hanno avviato profonde trasformazioni dal punto di vista tecnologico, produttivo ed organizzativo, frutto di scelte strategiche bene precise, che hanno determinato un consolidamento qualitativo e dimensionale. L'offerta del credito e dei servizi

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