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La teoria estetica di Robert Louis Stevenson

Robert Lewis Balfour Stevenson, poi francesizzato Louis, nacque nel 1850 ad Edimburgo e fu al suo tempo ed è tuttora uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento. Le sue opere e il suo modo di scrivere hanno avuto una forte influenza su molti scrittori contemporanei e successivi, come avremo modo di vedere, e su molti critici. Ha avuto un rapporto molto complicato col padre, che ha influenzato molte sue scelte di vita, ma ha avuto un ottimo rapporto con gli scrittori suoi contemporanei che ha o lo hanno influenzato, e ha passato gli ultimi anni della sua vita in un’isola del Pacifico, Samoa, dove è morto a soli quarantaquattro anni e dove è tuttora sepolto. Le sue opere sono state campo fertile per la critica fin dalla loro pubblicazione.
La critica, a lui contemporanea ma soprattutto posteriore, rimane più o meno unanime nell’affermare che Stevenson abbia copiato lo stile dai grandi maestri che lo hanno preceduto e a cui lui si è ispirato – come Montaigne, Scot, Defoe, Sterne – e che l’unica forma di originalità sia stata quella di affrontare temi e argomenti di cui già tanto era stato detto con una prospettiva nuova. Quando i suoi saggi comparvero la prima volta negli anni Settanta dell’Ottocento, la sua era una voce nuova in una società abituata alle riviste trimestrali, aveva un punto di vista sempre diverso, ma le vere novità furono che si indirizzava direttamente ai suoi lettori e che non era importante ciò che diceva ma come lo diceva; “his readers shall look first to his manner, and only in the second place to his matter ”. Il suo stile era opposto e si opponeva alle “complexity, close reasoning, dogmatism, earnestness and emphasis ” della società del suo tempo; non sorprende dunque che la gran parte della critica si sofferma sul suo stile, è la cosa che maggiormente salta all’occhio e colpisce. Come vedremo, la critica fu perlopiù positiva fintanto che Stevenson era in vita, per diventare man mano sempre più negativa fino a raggiungere un vero e proprio ostracismo verso la metà del XX secolo. Questo è dato dal fatto che per chi conosceva lo scrittore era impossibile scindere la sua figura da quella dell’uomo, per tanto le opere, che fossero saggi, racconti o romanzi, venivano considerate all’interno del contesto in cui erano stati scritti, tenendo sempre presente le vicende personali e di salute di Stevenson. Nel momento in cui la figura dello scrittore venne meno, le opere vennero lette per quelle che erano: esercizi di stile poco originali in cui molti vedevano una copia di quello di scrittori precedenti, troppo distanti dal gusto che si stava sviluppando e ormai superati. Stevenson venne relegato alla narrativa per ragazzi e la sua fama rimase legata solo a Treasure Island, adombrando completamente tutti gli altri lavori, saggi per primi. Tutt’oggi, se pensiamo a lui, ci vengono in mente solo Treasure Island e The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, perché anche a scuola, da quando fu reintrodotto tra i canoni letterari agli inizi del XXI secolo, si studiano solo questi due romanzi, considerati adesso capolavori e annoverati tra i classici della letteratura inglese.
Probabilmente a contribuire a questo triste declino e di cui si rammarica Ambrosini fu la sua scomparsa improvvisa, che mise fine alla sua produzione creativa e non diede modo al suo pubblico di capire appieno la sua poetica, le sue teorie estetiche, lasciandoci una produzione di cui pochi capivano davvero il significato. Non a caso è rimasto a legato ai due capolavori sopracitati piuttosto che a Kidnapped o The Master of Ballantree, che a mio avviso da un punto di vista stilistico sono più eccelsi di The Strange Case: sono due opere tutto sommato semplici da comprendere, in cui i personaggi e le loro intenzioni sono ben chiare fin dal principio, in Treasure Island ognuno riusciva (e riesce tuttora) a rivedersi fanciullo, a rivivere le proprie fantasiose infantili avventure e ad evadere dalla quotidianità in luoghi esotici pieni di pirati e tesori sepolti, mentre in The Strange Case ognuno rivedeva il sé stesso del presente nella società che lo circondava, con le contraddizioni e gli orrori che si nascondevno negli angoli bui e nel buio di noi stessi. Due opere che hanno una profondità facile da cogliere e che non a caso lo hanno consacrato al pubblico e alla critica di tutto il mondo, primi fra tutti l’America. Stevenson è uno scrittore semplice e complesso al tempo stesso: semplice perché le sue idee, le sue visioni, le sue teorie estetiche sono chiaramente e limpidamente espresse nelle sue pagine e nelle sue lettere, la sua idea del mondo e della vita sono lì sotto gli occhi di tutti; complesso perché è riuscito a cogliere la vera essenza delle cose, la vera natura delle cose e delle persone, la loro dualità e le loro diverse sfaccettature. Un’essenza che purtroppo la critica novecentesca non è stata in grado di cogliere.

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3 Introduzione Robert Lewis Balfour Stevenson, poi francesizzato Louis, nacque nel 1850 ad Edimburgo e fu al suo tempo ed è tuttora uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento. Le sue opere e il suo modo di scrivere hanno avuto una forte influenza su molti scrittori contemporanei e successivi, come avremo modo di vedere, e su molti critici. Ha avuto un rapporto molto complicato col padre, che ha influenzato molte sue scelte di vita, ma ha avuto un ottimo rapporto con gli scrittori suoi contemporanei che ha o lo hanno influenzato, e ha passato gli ultimi anni della sua vita in un’isola del Pacifico, Samoa, dove è morto a soli quarantaquattro anni e dove è tuttora sepolto. Le sue opere sono state campo fertile per la critica fin dalla loro pubblicazione. Lionel Johnson considera Stevenson “a wandering Scot in the literary sense 1 ”: i viaggi di Scot erano per lo più viaggi della mente, mentre Stevenson viaggiava sul serio, portandosi dietro le sue impressioni, i suoi pensieri, i suoi sentimenti e le sue riflessioni. Egli è grato a Stevenson per aver viaggiato e creato delle opere “zest and zeal, so sane and indomitable and strong 2 ”, nelle sue pagine c’è tutto. È un romantico, ama l’avventura, osserva il mondo in ogni sua sfumatura e ha un genuino entusiasmo per ogni aspetto della vita. Ovunque vada impara ad amare la natura e i luoghi in cui si trova e a vedere con gli occhi delle persone che incontra, “try to read their hearts, and picture them […] naturally 3 ”. La maggior parte della critica si sofferma sul suo stile, chi apprezzandolo, chi ritendendolo troppo ampolloso e superato, ma per Johnson, grazie a questo suo stile non calcolato, che entra nel vivo delle cose, egli ci porta “not into the landscape and setting of men’s lives, but into their secret 4 ”, donandoci una visione del mondo e degli uomini non superficialmente così come appare ma con una “honest e sincere humanity 5 ”. Per Gavin Ogilvy invece Stevenson non è etichettabile, è un “not to be labelled novelist 6 ”, poiché è versatile, vaga tra i meandri della letteratura senza una meta precisa. La critica, a lui contemporanea ma soprattutto posteriore, rimane più o meno unanime nell’affermare che Stevenson abbia copiato lo stile dai grandi maestri che lo hanno preceduto e a cui 1 Maixner, P., Robert Louis Stevenson: The Critical Heritage, Routledge, Great Britain, 1971, pag. 418. 2 Ibid. 3 Ibid., pag. 419. 4 Ibid., pag. 421. 5 Ibid. 6 Ibid., pag. 324.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Claudia Bonini Contatta »

Composta da 67 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.