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Levinas e la scuola fenomenologica

Informazioni tesi

  Autore: Matteo Penati
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Virgilio Melchiorre
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 207

“L’indicazione, rapporto di pura estrinsecità dell’uno all’altro, senza che vi sia niente in comune, nè alcuna «corrispondenza» tra di essi, rapporto della differenza assoluta, non è la diminuzione di una qualsiasi intuizione; tale rapporto riceve la propria intelligibilità dalla trascendenza stessa che è così irriducibile all’intenzionalità e alle sue strutture di bisogno da soddisfare. La differenza assoluta della trascendenza non si annuncia forse così come non-in-differenza, affezione – e affettività – radicalmente distinta dalla presentazione dell’essere alla coscienza di…? Affezione da parte dell’invisibile – invisibile al punto di non lasciarsi rappresentare, nè tematizzare, nè nominare, nè indicare a dito come un «qualche cosa» in generale, come un qui o là e, quindi, «assolutamente non-incarnabile», ciò che non arriva a «prender corpo», inadatto all’ipostasi, affezione al di là dell’essere e dell’ente e della loro distinzione e anfibologia, l’infinito che eclissa l’essanza. Affezione o passività: coscienza che non sarebbe coscienza di…, ma psichismo che trattiene la propria intenzionalità come si trattiene il proprio fiato e, perciò, pura pazienza: attesa senza alcun atteso, o speranza in cui niente di sperato viene a incarnare l’Infinito, dove nessuna pro-tensione viene a sviare la pazienza; passività più passiva di ogni passività del subire – sarebbe ancora accoglimento – pazienza e durata del tempo; pazienza o durata del tempo. Nel rinvio o nella dif-ferenza (diffèrance) incessante di questa pura indicazione, sospettiamo il tempo stesso, ma come un’incessante dia-cronia: prossimità dell’Infinito, il sempre e il mai di un dis-interessamento e dell’a-Dio. Affezione, ma senza tangenza: affettività. Prossimità nel timore dell’avvicinarsi, trauma del risveglio. La dia-cronia del tempo come timore di Dio.
Prossimità di Dio in cui si disegna, nella sua irriducibilità al sapere, la socialità, migliore della fusione e del compimento dell’essere nella coscienza di sè, prossimità in cui, in questo «migliore di», il bene si mette solo a significare. Prossimità che già alla pura durata, alla pazienza di vivere, conferisce un senso, senso della vita puramente vissuta senza ragion d’essere, razionalità più antica della rivelazione dell’essere” .

In questa pagina, tratta da De Dieu qui vient à l’idèe, è condensato e riassunto tutto il pensiero filosofico lèvinassiano. Pensiero che nasce e si sviluppa intrecciandosi strettamente con la filosofia fenomenologica. Intreccio fatto di continuità e di rotture. Rotture che comunque non “frantumano” l’orizzonte fenomenologico e rotture che rompono con la fenomenologia. Proprio questo intreccio, questo rapporto costante col pensiero di Husserl e Heidegger è oggetto delle analisi di questo lavoro. La domanda che implicitamente lo orienta e lo guida è la seguente: può Lèvinas dirsi fenomenologo? Lui stesso, infatti, rivendica per sè, se non la lettera, almeno lo spirito della fenomenologia. Ma egli come ha inteso questa filosofia? Ovvero: come ha recepito il pensiero dei due “maestri” tedeschi? Tenta di rispondere a questi ultimi interrogativi il I capitolo di questo lavoro. Capitolo nel quale emergeranno, attraverso una breve analisi degli articoli espressamente dedicati da Lèvinas all’analisi dei loro pensieri, quelli che ho definito lo “Husserl di Lèvinas” e lo “Heidegger di Lèvinas”. Questo come vera e propria introduzione, quasi a tratteggiare l’orizzonte spirituale all’interno del quale il nostro Autore matura la propria concezione filosofica.
I capitoli centrali del lavoro sono dedicati, invece e più dettagliatamente, all’analisi di particolari aspetti del pensiero fenomenologico ripresi da Lèvinas e da lui rivisitati, riletti e modificati. Appena si nomina la fenomenologia subito viene alla mente il concetto di intenzionalità (II capitolo). L’intenzionalità è per Husserl il modo proprio del rapporto tra soggetto (III capitolo) e oggetto di conoscenza, che ultimamente – Heidegger – deve venire identificato con l’essere stesso (IV capitolo). La scelta di articolare l’analisi dell’opera lèvinassiana attorno a questi tre punti – intenzionalità, soggetto ed essere – è puramente soggettiva. Riconosco senza difficoltà che potevano essere scelte altre tematiche: leggere Lèvinas significa infatti ri-leggere ogni aspetto della speculazione fenomenologia (tempo, intersoggettività, morte…). Ho cercato comunque, nei limiti del possibile e tentando di non appesantire troppo la lettura, di richiamarli brevemente nel testo o nelle note.
Il V ed ultimo capitolo affronta il tema del fondamento, partendo dall’analisi del senso e del linguaggio.

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3 PREFAZIONE �L�indicazione, rapporto di pura estrinsecit� dell�uno all�altro, senza che vi sia niente in comune, n� alcuna �corrispondenza� tra di essi, rapporto della differenza assoluta, non � la diminuzione di una qualsiasi intuizione; tale rapporto riceve la propria intelligibilit� dalla trascendenza stessa che � cos� irriducibile all�intenzionalit� e alle sue strutture di bisogno da soddisfare. La differenza assoluta della trascendenza non si annuncia forse cos� come non-in-differenza, affezione � e affettivit� � radicalmente distinta dalla presentazione dell�essere alla coscienza di�? Affezione da parte dell�invisibile � invisibile al punto di non lasciarsi rappresentare, n� tematizzare, n� nominare, n� indicare a dito come un �qualche cosa� in generale, come un qui o l� e, quindi, �assolutamente non- incarnabile�, ci� che non arriva a �prender corpo�, inadatto all�ipostasi, affezione al di l� dell�essere e dell�ente e della loro distinzione e anfibologia, l�infinito che eclissa l�essanza. Affezione o passivit�: coscienza che non sarebbe coscienza di�, ma psichismo che trattiene la propria intenzionalit� come si trattiene il proprio fiato e, perci�, pura pazienza: attesa senza alcun atteso, o speranza in cui niente di sperato viene a incarnare l�Infinito, dove nessuna pro-tensione viene a sviare la pazienza; passivit� pi� passiva di ogni passivit� del subire � sarebbe ancora accoglimento � pazienza e durata del tempo; pazienza o durata del tempo. Nel rinvio o nella dif-ferenza (diff�rance) incessante di questa pura indicazione, sospettiamo il tempo stesso, ma come un�incessante dia-cronia: prossimit� dell�Infinito, il sempre e il mai di un dis-interessamento e dell�a-Dio. Affezione, ma senza tangenza: affettivit�. Prossimit� nel timore dell�avvicinarsi, trauma del risveglio. La dia-cronia del tempo come timore di Dio. Prossimit� di Dio in cui si disegna, nella sua irriducibilit� al sapere, la socialit�, migliore della fusione e del compimento dell�essere nella coscienza di s�, prossimit� in cui, in questo �migliore di�, il bene si mette solo a significare.

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