Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

L'impulsività come dimensione psicopatologica transnosografica

Questa trattazione si propone il preciso scopo di mettere in evidenza l’importanza che ricopre l’uso di un approccio dimensionale come modalità di descrizione diagnostica a fronte di un approccio nosografico rigidamente categoriale che attribuisce alla diagnosi in campo psichiatrico un valore di convenzione condivisa.
L’approccio dimensionale è, per definizione, antinosologico in quanto isola, nel contesto dei diversi disturbi, delle dimensioni autonome, indipendenti le une dalle altre, ciascuna delle quali può essere presente in entità nosografiche diverse. Diviene più importante l’intensità che la presenza dei sintomi con una valutazione meno netta dei confini tra normalità e patologia e tra una caratteristica e l’altra.
In particolare, in questo lavoro, abbiamo scelto di indagare una tra le dimensioni psicopatologiche che questo tipo di approccio mette in evidenza: l’impulsività.
L’impulsività è stata variamente definita come una reazione rapida e non pianificata ad uno stimolo interno o esterno con ridotte considerazioni per le conseguenze. Nel corso del presente lavoro, andremo ad indagare quelli che sono stati i primi passi mossi sul terreno sconosciuto dell’impulsività innanzitutto cercando di capire come questa dimensione sia stata inserita nel concetto più generale di personalità, e poi andando a indagare le tanto comprovate basi biologiche della stessa, al fine di rintracciarne l’origine.
Per la gran parte del lavoro, la nostra indagine in merito all’impulsività si svilupperà in un’ottica transnosografica, dispiegandosi intorno a lavori che negli ultimi decenni hanno valutato la presenza di questa dimensione nell’ambito di diversi disturbi psichiatrici.
Risultato di questa analisi è l’evidenza che l’impulsività – che nei sistemi nosografici categoriali non sempre trova spazio – costituisce la dimensione caratteristica di un ampio spettro di disturbi che va da quelli di personalità a quelli dello spettro ossessivo-compulsivo, attraversando la Doppia Dagnosi, fino ai disturbi dello spettro bipolare.

Mostra/Nascondi contenuto.
7 Capitolo I Psicopatologia: dalla prospettiva categoriale a quella dimensionale e il concetto di spettro. Approccio categoriale e dimensionale Una delle controversie che animano il dibattito in psicopatologia riguarda la natura dei costrutti psicopatologici,ossia se essi debbano essere considerati in una prospettiva dimensionale o categoriale. Da un lato l’ordinamento nosologico-categoriale, di stretta derivazione dal modello medico, che descrive le sindromi psichiatriche come entita’ statiche, a confini definiti, ciascuna con un proprio corredo sintomatologico, una determinata eziologia, una specifica terapia ed un proprio decorso. Dall’altro la valutazione dimensionale, che scompone gli stati psicopatologici in singole funzioni ciascuna delle quali puo’ presentarsi in gradienti di intensita’ diversa, dalla norma alla patologia nell’ambito di una sola sindrome ed in quello di uno “ spettro” transnosologico. Posizioni psicopatologiche contrastanti, dunque, che rimandano tanto alla presenza del “discreto”, quanto a quella del “continuum” diagnostico 1 . Se guardiamo agli albori della storia della medicina, già la tradizione ippocratica concepiva un continuum tra la salute e la malattie lungo determinate dimensioni; fu la rivale scuola platonica, invece, a postulare che le malattie potessero essere catalogate in tipi ideali e distinti l’uno dall’altro. Utilizzare categorie significa suddividere le malattie mentali appunto in categorie diagnostiche (schizofrenia, depressione, ansia,ecc.), in linea con la tradizione della medicina e della psichiatria kraepeliana e neo- kraepeliana. Utilizzare dimensioni invece significa distribuire le malattie secondo variazioni quantitative (relative alla gravita’ del disturbo, alla personalita’, alla percezione, alla cognizione, alla tonalita’ dell’umore,ecc.) distribuite in un continuum che va fino alla normalita’ 2 . Tuttavia ciascuna delle due strategie classificatorie ha vantaggi e svantaggi: per quanto riguarda l’approccio categoriale, i primi sono rappresentati dalla semplicita’ di impiego nella clinica e nel training degli operatori, dalla facilita’ di utilizzo in un campo informatico, dalla sua idoneita’ per la ricerca epidemiologica e dalla possibilita’ di utilizzare delle gerarchie diagnostiche. Inoltre questo approccio e’ in accordo con il modello medico generale che riordina, classificandolo in entita’ discrete (malattie) l’universo dei segni e sintomi morbosi rende possibile la diagnosi e la messa in atto di terapie specifiche. In secondo luogo, nel caso di una categorizzazione su base sindromica, come avviene per la gran parte dei disturbi psichiatrici, permette di formulare ipotesi associate ad ogni sindrome e di validarle ( o falsificarle) empiricamente. Infine rappresenta uno strumento valido per la comunicazione tra gli psichiatri sia a livello clinico che scientifico. Peraltro l’approccio categoriale comporta anche numerosi svantaggi, di fatto accade che, nella clinica, gran parte dei casi siano difficilmente inquadrabili con precisione in uno schema categoriale predefinito e che sia frequente l’evenienza di quadri clinici complessi dove e’ necessario fare riferimento a diagnosi multiple introducendo il concetto di “comorbilita’”, con la necessita’ di dover utilizzare categorie “ibride” e la perdita di pazienti che sono al di sotto della soglia stabilita per poter fare diagnosi. Inoltre nel caso di disturbi con caratteristiche sintomatologiche variegate e complesse o comunque mutevoli nel tempo il semplice inquadramento in una categoria diagnostica predefinita sembra ostacolare una piu’ approfondita descrizione del disturbo. 1 Vella G, Siracusano A: “ La depressione: dimensioni e categorie.” Il Pensiero Scientifico Editore –Roma- 1994. 2 Migone P: “Il ruolo terapeutico.” 1995, 70:28-31. In www.Psychomedia.it (Telematic Review).

Tesi di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Concetta Rutigliano Contatta »

Composta da 146 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 6338 click dal 31/08/2005.

 

Consultata integralmente 16 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.