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Dalla parasubordinazione al lavoro a progetto

Informazioni tesi

  Autore: Sergio Scaglione
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Vincenzo Luciani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 324

L’argomento della presente tesi riguarda il fenomeno delle collaborazioni coordinate e continuative, note anche come lavoro parasubordinato, nonché la riforma che ne è stata portata a compi-mento attraverso i decreti di attuazione della c.d. “legge Biagi” (decreti legislativi n. 276/2003 e n. 251/2004, attuativi della legge n. 30/2003).
La tesi è stata strutturata in sei capitoli, con l’aggiunta di un quadro sinottico conclusivo. Il primo capitolo è stato dedicato all’analisi delle collaborazioni coordinate e continuative «vecchia maniera», ossia come venivano instaurate prima della riforma. Chiarito il concetto di parasubordinazione e forniti i suoi fondamenti legislativi, in particolare l’art. 409, n. 3 c.p.c., si sono descritti i quattro requisiti che caratterizzano questi rapporti: la collaborazione, la continuità, il coordinamento e la prevalente personalità. L’emersione del fenomeno ha generato una vera e propria «zona grigia» compresa tra il lavoro autonomo e quello subordinato, che a forti problemi di qualificazione dei rapporti associava un bagaglio di tutele estremamente esiguo ed incerto. Le esigenze di flessibilità, l’evoluzione del sistema economico verso il post-fordismo, nonché l’esiguità dei diritti e delle tutele associata ad un basso costo del lavoro, hanno condotto le imprese ad una fuga dal più rigido e costoso lavoro subordinato verso quello parasubordinato, generando la sua crescita inarrestabile degli ultimi trent’anni. L’altra grande questione d’interesse, oltre a quella della carenza di tutele, ha riguardato il ricorso su larga scala da parte delle imprese a rapporti di collaborazione «fraudolenti», che, celando dei sostanziali rapporti di lavoro subordinato, hanno permesso di aggirarne la disciplina maggiormente protettiva, rigida e costosa.
Nel secondo capitolo sono state illustrate le diverse proposte di riforma del mercato del lavoro, in particolare dei lavori atipici, avanzate nel corso delle precedenti legislature. Di particolare attenzione è stata poi investita la c.d. «riforma Biagi», della quale si è cercato di individuare le finalità, per comprendere se sia stata coerente rispetto alle due fondamentali problematiche: l’incremento delle tutele e la repressione delle collaborazioni fraudolente.
Il terzo capitolo è stato destinato allo studio delle caratteristiche delle nuove collaborazioni a progetto, introdotte dagli artt. 61-69 del D.Lgs. n. 276/2003. Particolare interesse hanno destato i requisiti del progetto o programma di lavoro, la loro gestione autonoma in funzione del risultato e l’irrilevanza del tempo impiegato per lo svolgimento della prestazione, che hanno indotto ad inquadrare il «lavoro a progetto» come una nuova fattispecie contrattuale, sottotipo del contratto d’opera. Si è quindi provveduto a delineare le esclusioni dal campo di applicazione della nuova disciplina.
Nel quarto capitolo è stata esaminata la disciplina legale e gli aspetti critici del lavoro a progetto, non mancando di sottolinearne lacune, imperfezioni ed incoerenze. Sono stati evidenziati l’elemento della contrattualità, con particolare riferimento ai suoi dubbi requisiti formali, nonché i doveri e i diritti del collaboratore a progetto. In merito a quest’ultimo profilo, considerando la disciplina del corrispettivo, delle invenzioni, dei trattamenti per gravidanza, malattia e infortunio e gli altri diritti meramente richiamati all’art. 66, si è mostrato quanto siano ancora esigue le tutele accordate ai collaboratori coordinati e continuativi. Dopo aver tratteggiato gli aspetti estintivi del contratto e le aree d’inderogabilità individuale o collettiva della disciplina, una riflessione molto attenta è stata riservata ai meccanismi sanzionatori (e ai relativi dubbi di legittimità costituzionale), investiti, al pari della cura profusa nella «costruzione della fattispecie», della funzione di arginare le collaborazioni fraudolente. Un’indagine finale ha interessato il grado di diffusione della nuova fattispecie nel mercato del lavoro.
Il quinto capitolo è stato rivolto ad illustrare le caratteristiche e la rilevanza quantitativa degli incarichi collaborativi nelle pubbliche amministrazioni, cercando di comprendere anche la portata e l’effettività o meno dell’esclusione dalla riforma attuata con il lavoro a progetto.
Il sesto ed ultimo capitolo è stato riservato alla descrizione dei profili previdenziali assicurativi e fiscali, sia delle vecchie collaborazioni (ove sopravvissute), sia del lavoro a progetto.

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Introduzione Nella nostra cultura è radicata una scarsa propensione al cambiamento, un’av- versione al nuovo e all’ignoto, indipendentemente dal fatto che sia migliore o peggiore del vecchio e del risaputo. Non mancano ovviamente le eccezioni, ma la loro esiguità, come si suol dire, conferma la regola. Questo approccio sospettoso e poco propenso al rinnovamento interessa molti aspetti del comune vivere quotidiano, ma è stato a lungo consolidato anche nella tradizione giuslavoristica del secolo scorso, che ha offerto pro- tezione, accogliendola in una sorta di bunker inespugnabile di tutele, alla sola figura so- cialtipica del rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno ed indeterminato. Malgrado l’art. 35 della Costituzione consentisse di superare ogni pregiudiziale classista e di sostenere la rilevanza del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, il di- sinteresse del legislatore a configurare un’analoga tutela anche per il lavoro autonomo era da considerare ragionevole. Situazioni diverse potevano, anzi dovevano essere de- stinatarie di trattamenti diversi (art. 3, comma 2 Cost.) e il lavoro autonomo, non anno- verando nelle sue caratteristiche quella situazione di sottoprotezione e di soggezione so- cio-economica propria della subordinazione, non era meritevole di un trattamento pro- tettivo analogo. Questo approccio, tuttavia, era condivisibile, almeno in parte, fino ad una trentina di anni fa, quando l’alternativa al posto di lavoro fisso e stabile era lo stato di disoccu- pazione di lunga durata, lesivo del fondamentale valore costituzionale della dignità u- mana. In questi ultimi decenni, infatti, il sistema socio-economico è cambiato, si è evo- luto e lo spazio tra il lavoro autonomo e quello subordinato è stato occupato dalla c.d. “parasubordinazione”. Si tratta di una categoria di rapporti di lavoro atipica ed “ibrida”, che delle due fattispecie legali tipiche conserva da un lato l’autonomia e dall’altro lo svolgimento della prestazione in via continuativa e nel rispetto di una sorta di eterodire- zione debole o coordinamento alle esigenze del committente (da cui la nozione ulteriore di collaborazioni coordinate e continuative, pittorescamente abbreviate in co.co.co.). La coesistenza di queste due caratteristiche ha avuto la non trascurabile conseguenza di as- sociare alla totale assenza di tutele del lavoro autonomo la medesima situazione di sog- gezione e sottoprotezione che contraddistingue il lavoro subordinato. Le imprese hanno colto l’opportunità e i vantaggi di questo paradosso, ricorrendo in maniera massiccia al-

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