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I rapporti fra diritto civile e diritto tributario: il caso della sentenza C. cost., 5 ottobre 2001, n. 333

I rapporti fra diritto civile e diritto tributario: il caso della sentenza C. cost. 333/01.

Il legislatore tributario ha posto più volte in passato norme che sancivano la sospensione del processo civile in presenza di un inadempimento degli obblighi tributari da parte dell’attore o del convenuto.
Questa politica del legislatore, sbilanciata del tutto verso l’interesse dello Stato alla riscossione dei tributi e del tutto lontana dal garantire al cittadino l’interesse ad agire per la tutela dei propri diritti, è stata criticata aspramente da Calamandrei (L’incubo fiscale nel processo, 1931).
Questo monito non è stato però ascoltato dal legislatore che non è intervenuto per porre rimedio all’incubo fiscale nel processo civile e così la dottrina negli anni successivi non ha potuto fare altro che dedicarsi all’esegesi delle norme tributarie.
Gli studiosi degli anni ’40 e ’50 si sono interrogati circa il significato dell’espressione ‘sospensione del processo’ contenuta nelle leggi tributarie, in particolare nell’art. 108 l. del registro. Sono state individuate due contrastanti soluzioni: secondo alcuni autori la sospensione voluta dal legislatore tributario va ricondotta alla sospensione necessaria prevista dall’art. 295 c.p.c. mentre per altri il giudice dovrebbe pronunciare una sentenza di rigetto nel rito perché l’avvenuto pagamento del tributo sarebbe una condizione di decidibilità della causa nel merito.
Negli anni ’60 la Corte costituzionale si è pronunciata sul tema degli oneri fiscali nel processo e così l’attenzione della dottrina si è spostata dal piano interpretativo al piano della verifica della legittimità costituzionale delle norme tributarie.
La dottrina ha recuperato l’insegnamento di Calamandrei ed ha cercato di spingere verso la tutela del diritto di azione. La Corte costituzionale in tre occasioni ha pronunciato sentenze di accoglimento mentre le altre decisioni sono state di rigetto, con motivazioni che non hanno convinto i commentatori.
Nel 1972 il legislatore, nell’ambito della più ampia riforma tributaria, ha deciso di liberare il processo civile dall’assillo del fisco. Negli anni seguenti ci sono stati però dei ripensamenti come dimostra l’art. 7 l. 431/98, giudicato incostituzionale nella sentenza n. 333 del 2001 (da cui prende spunto la tesi), e come si può intuire da altre sentenze della Corte costituzionale che recuperano quelle argomentazioni tanto contestate dalla dottrina nel corso degli anni ’60.

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5 CAPITOLO 1 INTRODUZIONE I. L’art. 7 l. 431/98 e la sua collocazione nella cornice normativa del processo civile. Nel corso di questa introduzione prenderò in esame innanzitutto l’art. 7 l. 431/98 e successivamente la sentenza della Corte Costituzionale n. 333/01 1 che ne ha dichiarato l’illegittimità per violazione dell’art. 24, 1. c. Cost., norma che sancisce il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti soggettivi e interessi legittimi. L’art. 7 l. 431/98 2 pone una condizione per la messa in esecuzione del provvedimento di rilascio dell’immobile 1 C. Cost., 5 ottobre 2001, n. 333, in Giur. delle imposte, 2001, pag. 273. 2 La l. 431/98 è una novella della l. 392/78 (legge sull’equo canone), cioè una disciplina che aveva la caratteristica di discostarsi dalle norme codicistiche sulle locazioni ad uso abitativo. Quest’ultimo complesso di norme era caratterizzato dalla derogabilità patrizia mentre la legge del 1978 conteneva una serie di disposizioni cogenti, finalizzate alla protezione del contraente debole, cioè il conduttore. La legge del 1978 mostrava il suo carattere imperativo negli art. 1 e 12 contenenti le locuzioni ‘non può essere inferiore’ e ‘non può superare’; importante era anche l’art. 79 che espressamente sanciva la nullità di ogni pattuizione diretta a limitare la durata legale del contratto e ad attribuire al locatore un canone maggiore rispetto a quello stabilito dalla legge. Lo stesso art. 79 rendeva chiara la ratio della tutela là dove estendeva la nullità a qualsiasi pattuizione diretta ad attribuire al locatore altro vantaggio in contrasto con la legge. La l. 431/98 ridisegna questa disciplina, introducendo nell’ordinamento norme più elastiche che lasciano alle parti un’alternativa nella scelta della tipologia contrattuale.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Luigi Siviero Contatta »

Composta da 66 pagine.

 

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