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Il volo di Icaro 12 aprile 1961 Jurij Gagarin e il biglietto per il cosmo

Informazioni tesi

  Autore: Savina Tamborini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Gian Piero Piretto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 310

Il destino della celeberrima canzone sovietica široka strana moja rodnaja ha drasticamente cambiato rotta nell’aprile del 1961. La Russia rimane pur sempre quell’immensa distesa pianeggiante su cui il nomade, il pellegrino o, in tempi più moderni, il turista hanno messo piede, sebbene la dimensione verticale dei primi lanci spaziali le conferisca un aspetto del tutto cosmico. Non si tratta né di un’ascensione spirituale, né di una prospettiva di stampo sacrale degli eventi. Niente è lasciato al caso. Tutto appartiene alle capacità intellettive dell’uomo che con tecnica, scienza e duro lavoro di ogni giorno permette di realizzare ciò che altrimenti sarebbe interpretato erroneamente da un punto di vista ultraterreno, magico. In altre parole, nonostante le prime navicelle spaziali si innalzassero nei cieli, i piloti e coloro che in prima linea partecipavano alla concretizzazione di tali sogni rimanevano con i piedi ben saldi al terreno. L’obiettivo da raggiungere non era prerogativa di pochi, tutti i singoli individui dovevano considerarsi un tutt’uno per agire all’insegna di una impresa comune. Non a caso le teorie di Nikolaj Fëdorov vennero riprese negli anni ’60, quando il progresso tecnologico avrebbe permesso di trasformare in realtà quello che agli inizi del XX secolo sembrava essere un’utopia ultraterrena di una singola voce. Sicuramente ciò che Fëdorov andava elaborando circa la resurrezione immanente di tutti i morti e la colonizzazione dell’universo attraverso di essi è lungi dall’essere stato effettuato. Anche se ciò non toglie l’intenzione di regolare e dominare la natura al fine di avere la meglio sul principio di morte. In questo gioco di forze non sarebbe dovuta emergere nessuna personalità che avesse avuto la meglio sulle altre. Il culto della personalità era già stato accantonato fin dai primi passi politici di Chruščëv. Le categorie proprie dell’eroe sovietico vengono completamente stravolte all’insegna del principio dell’uguaglianza di tutte le anime sovietiche: chiunque ha la possibilità di diventare protagonista. La parola “eroe” nella dimensione disgelata degli anni ’60, facendo riferimento alla classificazione di eroismo di Thomas Carlyle , assume i significati di uomo semplice, indovino, poeta, scienziato, stregone, zar, seguace di dio. Chiunque, indipendentemente dall’età, dall’estrazione sociale, dal carattere, dal sesso, può attivamente contribuire all’edificazione della nuova era nella quale le idee prendono forma e diventano oggetti, eventi concreti. Se poi il portavoce ha un bagaglio culturale di stampo scientifico che gli permette di destreggiarsi e sentirsi a proprio agio nei meandri della tecnologia avanzata, tanto meglio. Per non parlare poi del fatto che possa avere in sé capacità di sentire proprie di un poeta. In tal modo non si ha più bisogno di credere in un’entità guida qualsiasi sia la sua natura, spirituale o terrena, perché l’uomo sa di non avere niente da invidiare neanche a dio. Basti pensare a questo proposito al battibecco tra Chiesa cattolica e Stato sovietico nel momento in cui il primo uomo nella storia non solo russa, ma anche mondiale è stato lanciato nello spazio. Lo speaker della Radio Vaticana annunciava che “l’evoluzione della tecnica, realizzata per mano dell’uomo, cela in sé un enorme pericolo: l’uomo può pensare di essere il creatore e che tutto ciò che è fatto con le sue mani sia frutto del suo intelletto e operato. L’uomo è semplicemente lo scopritore di ciò che Signore Dio gli ordina. Il progresso tecnologico deve far inginocchiare l’uomo e far credere in Dio con più fede” (Golosovskij 1961: 23).
In terra russa, la risposta a tale annuncio viene pubblicata sulla «Izvestija», in termini a dir poco perentori, dalla concisione lapidaria. Si dice infatti: “Muori Papa – è meglio non parlare!”(ibidem).
Il popolo, la scienza, la tecnica sovietici hanno aperto a un proprio figlio, che risponde al nome di Jurij Gagarin, le porte del cosmo, che per nulla al mondo verranno chiuse da minacce religiose. L’immagine di un superman bionico non si addice affatto alla personalità di quello che poi non è altro che un uomo sovietico uguale a milioni di suoi simili. Un bravo ragazzo, un figlio esemplare, un marito fedele, un padre tenero, evoluto, colto.

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2 Sventurata la terra che ha bisogno di eroi. Bertolt Brecht, Vita di Galileo. Il destino della celeberrima canzone sovietica široka strana moja rodnaja 1 ha drasticamente cambiato rotta nell’aprile del 1961. La Russia rimane pur sempre quell’immensa distesa pianeggiante su cui il nomade, il pellegrino o, in tempi più moderni, il turista hanno messo piede, sebbene la dimensione verticale dei primi lanci spaziali le conferisca un aspetto del tutto cosmico. Non si tratta né di un’ascensione spirituale, né di una prospettiva di stampo sacrale degli eventi. Niente è lasciato al caso. Tutto appartiene alle capacità intellettive dell’uomo che con tecnica, scienza e duro lavoro di ogni giorno permette di realizzare ciò che altrimenti sarebbe interpretato erroneamente da un punto di vista ultraterreno, magico. In altre parole, nonostante le prime navicelle spaziali si innalzassero nei cieli, i piloti e coloro che in prima linea partecipavano alla concretizzazione di tali sogni rimanevano con i piedi ben saldi al terreno. L’obiettivo da raggiungere non era prerogativa di pochi, tutti i singoli individui dovevano considerarsi un tutt’uno per agire all’insegna di una impresa comune. Non a caso le teorie di Nikolaj Fëdorov vennero riprese negli anni ’60, quando il progresso tecnologico avrebbe permesso di trasformare in realtà quello che agli inizi del XX secolo sembrava essere un’utopia ultraterrena di una singola voce. Sicuramente ciò che Fëdorov andava elaborando circa la resurrezione immanente di tutti i morti e la colonizzazione dell’universo attraverso di essi è lungi dall’essere stato effettuato. Anche se ciò non toglie l’intenzione di regolare e dominare la natura al fine di avere la meglio sul principio di morte. In questo gioco di forze non sarebbe dovuta emergere nessuna personalità che avesse avuto la meglio sulle altre. Il culto della personalità era già stato accantonato fin dai primi passi politici di Chruščëv. Le categorie proprie dell’eroe sovietico vengono completamente stravolte all’insegna del principio dell’uguaglianza di tutte le anime sovietiche: chiunque ha la possibilità di diventare protagonista. La parola “eroe” nella dimensione disgelata degli anni ’60, 1 Широка страна моя родная (Vasto è il mio paese natio).

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