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Giornalismo: evoluzione nelle pratiche di accesso alla professione

Come si diventa giornalista?. Cosa dona ufficialità a questo ruolo così importante della modernità?
E’ questa la domanda imbarazzante che chi scrive sui giornali si sente rivolgere infinite volte dai ragazzi che vogliono diventarlo e non conoscono la strada per entrare in quel mondo.
Questo lavoro cerca di dare una risposta il più possibile esaustiva a questo quesito. Per farlo, lo scritto segue uno schema preciso di ricerca:
Il primo capitolo cerca di delineare il lungo cammino, storico e giuridico, che ha portato al riconoscimento di quella dei giornalisti come vera e propria categoria professionale. La nascita del sindacato dei giornalisti agli inizi del ‘900 fa da preludio, in qualità di presa di coscienza della categoria circa il ruolo del proprio status, al lungo cammino, durato più di mezzo secolo, che ha portato alla costituzione dell’Ordine dei giornalisti, il riconoscimento giuridico della professione. Successivamente, vengono anzitutto raccolte le voci di numerosi professionisti dell’informazione: l’intento è quello di avere cognizione, per mezzo dell’esperienza di qualificati giornalisti, circa il loro iter di accesso alla professione.
Il secondo capitolo si apre con un quesito: il giornalismo può considerarsi una professione? Risponde cioè a quell’insieme di regole precise, codificabili, trasmissibili, proprie di tutte le altre professioni liberali? Certamente sì, ma è altrettanto vero che molte delle componenti indicate nella definizione appaiono nel giornalismo italiano estremamente lacunose, deboli, evanescenti. Non c’è dubbio che in Italia il livello dell’istituzionalizzazione formale della professione giornalistica sia piuttosto alto, addirittura superiore a quello che è dato trovare in gran parte degli altri paesi. Tale istituzionalizzazione ruota essenzialmente, ma non esclusivamente, attorno all’Ordine dei giornalisti creato nel 1963. Ma problema della mancanza di norme professionali accettate e istituzionalizzate dalla categoria riporta alle origini del giornalismo italiano, di formazione letteraria e politica insieme. La mancanza di un mercato editoriale puro ha prodotto un’anarchia antimeritocratica all’interno della professione: se da un lato l’istituzionalizzazione per mezzo dell’Ordine appare la conferma di una manovra di stato, che sottolinea la dipendenza politica dei cronisti, dall’altro ha infarcito la categoria di professionisti solo sulla carta, ovvero di lavoratori senza delle qualifiche valide in campo accademico. Le scuole di giornalismo, prima su tutte l’Ifg di Milano, hanno costituito, a partire dalla crisi economica della stampa degli anni ’60, una valida realtà formativa. Le scuole hanno risposto alla necessità degli editori e dei lettori, del mercato inteso nella sua accezione di domanda e offerta, di fornire un professionista in grado di plasmare un prodotto qualitativamente elevato, che fosse preparato ad affrontare le sfide della modernità e della tecnologia. Non a caso le scuole di giornalismo vengono indicate da più parti come vere e proprie “fabbriche di occupati”.
Gli anni ’80 hanno determinato la trasformazione, dopo l’impaludamento degli anni precedenti, del mondo editoriale in un vero e proprio sistema economico sottoposto alle regole del mercato. Non più testate comprate e vendute sullo scacchiere della politica, bensì la nascita di un regime concorrenziale sottoposto all’impietoso, necessario, tornaconto di bilancio. Complici da un lato gli aiuti di Stato, dall’altro il diluvio pubblicitario, il panorama dei media italiani esplode in una pletora di declinazioni: non solo la carta stampata, le nuove tecnologie determinano tutta una serie di giornalismi, quello della tv, della radio, di internet, e lo stesso concetto di professionista dell’informazione assume diverse sfaccettature.
Il mondo accademico ne prende coscienza e, seppur con notevole ritardo, l’Università di Siena istituisce i primi corsi in Scienze della Comunicazione atti a formare il comunicatore, una figura professionale in grado di destreggiarsi nel nuovo e complesso assetto delle comunicazioni di massa in Italia. Anche i giornalisti, dal canto loro, cominciano oggi a comprendere la necessità di qualificare la professione e che la via accademica, con il possesso di un titolo universitario, sia l’azione migliore per raggiungere lo scopo.
Capire quale percorso formativo era necessario, e quale curriculum sarà opportuno possedere per svolgere questo mestiere, è forse il metodo migliore per capire dove è diretta la professione nel suo insieme e come sta mutando la moderna società.

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I INTRODUZIONE E’ ricorrente, nell’opinione pubblica e anche fra gli addetti ai lavori, l’affermazione che il giornalismo rispecchi la realtà, anche se in realtà quest’assunto non può avere riscontro nell’andamento concreto dei fatti. L’informazione giornalistica non ricalca pedissequamente, bensì svolge il compito di selezionare, gerarchizzare e presentare il reale 1 . Arroccarsi sulla convinzione che il giornalismo proponga in realtà una modalità insindacabile di realtà oggettiva, rappresenta un grossolano errore. Infatti, quando si afferma che il giornalismo ricostruisce la realtà, si ricorda un limite insuperabile dell’atto comunicativo, ovvero quello di dover selezionare. Per questo motivo si parla di distorsione come categoria propria del giornalismo. La distorsione è insita in ogni atto comunicativo, proprio perché, inevitabilmente, tale atto tende a ridurre, a semplificare la realtà. Vale quindi l’assunto che “creazione è uguale a distorsione” 2 . Quando si parla di distorsione bisogna distinguere, però, tra una distorsione prettamente intenzionale ed una involontaria. Quest’ultimo è un limite insito, nella struttura della routine produttiva propria dell’attività giornalistica. La deformazione nei contenuti informativi è dovuta al modo in cui è organizzato, istituzionalizzato e svolto il mestiere di giornalista. Lo scopo dichiarato di ogni apparato di informazione è quello di fornire resoconti degli eventi significativi e interessanti. Sul nostro quotidiano grava una eccessiva abbondanza di accadimenti Come qualsiasi organizzazione complessa, un mezzo di informazione deve ridurre tutti i fenomeni entro classificazioni creati ad hoc. Queste esigenze, legate alla numerosità degli eventi, costringono gli apparati di informazione ad assolvere, tra gli altri, a tre compiti fondamentali: devono rendere possibile il riconoscimento di un accadimento come evento notiziabile, devono trovare il giusto modo di riportare gli eventi e devono 1 Gieber, A., La notizia è ciò che fa il giornalista, trad. ita. in Garbarino 1985 2 Mazzoleni, G., La comunicazione politica, il Mulino, Bologna, 1998, p. 82

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Antonio Gallo Contatta »

Composta da 233 pagine.

 

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Consultata integralmente 3 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

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