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Aspetti e tecniche negoziali del Processo di Pace in Medio Oriente, dalla Conferenza di Madrid al fallimento dei vertici di Camp David e Taba

L’iniziativa di pace in Medio Oriente, nata sotto i positivi auspici della Conferenza di Madrid e proseguita con i primi iniziali successi della DOP ha finito tuttavia con essere trascinata più o meno passivamente avanti negli anni, secondo uno schema tanto incoraggiante a livello di dichiarazioni di intenti sul piano negoziale quanto deludente a livello di realizzazioni materiali sul piano reale della situazione sul campo. Non solo la strategia di Confidence Building non era riuscita nel suo intento di riallacciare con successo il dialogo tra Israele ed i suoi vicini arabi, ma anche il canale negoziale israelo-palestinese aveva finito con conoscere, dopo quasi dieci anni di alti e bassi, una situazione di stallo apparentemente insormontabile.
Tuttavia, se il fallimento del Processo di Oslo ha conosciuto il suo epilogo ultimo durante la fase delle negoziazioni sullo status finale, i motivi di tale fallimento sono da imputare soprattutto al modo con cui le parti coinvolte avevano finito con gestire l’iter negoziale di quegli anni, e non unicamente all’insuccesso delle trattative intavolate nell’ambito dei vertici di Camp David e di Taba. Infatti, il Processo di Pace non era stato, in primo luogo, compreso pienamente tanto dai leader negoziali coinvolti sul piano diplomatico delle trattative, quanto dalle rispettive opinioni pubbliche che hanno continuamente anteposto al dialogo ed al compromesso per la pace la difesa dei propri interessi nazionali sul piano politico interno. Pertanto, il Processo di Pace in Medio Oriente ha finito con rimanere confinato all’ambito programmatico, continuamente in balia del susseguirsi dei ritardi e delle mancanze nell’implementazione degli accordi, delle rinegoziazioni dei termini convenuti e dello scarso sostegno interno delle rispettive basi al progetto stesso di pace.
Si finì, dunque, con arrivare a Camp David senza che fossero state soddisfatte quelle condizioni minime indispensabili che avrebbero forse potuto rendere l’accordo possibile, ma si proseguì ugualmente sulla via di Camp David perché la continuazione del dialogo rappresentava a tutti gli effetti una scelta obbligata dai tempi e dall’agenda politica, perché non vi erano altre alternative praticabili all’orizzonte, e perché non andare a Camp David avrebbe probabilmente significato trascinare il conflitto dal piano negoziale in cui era stato confinato per quasi dieci anni sul campo reale in un’incontenibile escalation di violenza.
In definitiva, se l’accordo in sede di negoziazioni sullo status finale non fu possibile, il motivo non va semplicisticamente cercato nell’intransigenza di Arafat o nell’indisponibilità di Barak, ma nel fatto che, aldilà delle eredità del passato e della diffidenza reciproca delle parti, da un punto di vista strettamente negoziale, i pacchetti negoziali con cui le due delegazioni si erano presentate al tavolo delle trattative avevano finito con risultare difficilmente sovrapponibili, vista la mancanza di una volontà politica al compromesso da entrambi i fronti.

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IV PREFAZIONE Le dinamiche che sottendono alla passata, presente e futura configurazione geopolitica del vicino Medio Oriente, dalla nascita dello Stato di Israele ai giorni nostri, trovano la loro fonte primaria nei cinquant’anni e più del conflitto israelo-palestinese, ed, in particolare, nella storia dei negoziati di pace che, a partire dagli anni Novanta, hanno segnato il corso delle vicende della regione mediorientale. E’ una questione complessa quella del rapporto tra lo Stato di Israele e l’Autorità Palestinese; o meglio tra israeliani e palestinesi, perché è di due popoli che si tratta, due popoli tanto fieri della loro propria identità, quanto consapevoli della loro diversità reciproca, una diversità che si è tendenzialmente colorita, in anni e anni di tensioni manifeste e latenti, in aperta incompatibilità. Di due popoli appunto si tratta, due popoli che, nell’incarnare due rispettivi movimenti nazionali, rivendicano entrambi per sé stessi il diritto di vivere sullo stesso suolo, sulla stessa terra, incapaci di accettare il fatto che il loro diritto su quella terra è un diritto parziale e limitato, non totale ed esclusivo. Due popoli costretti dagli eventi a condividere la stessa realtà, rinnegandosi l’uno con l’altro, chiusi nell’impossibilità di trovare quel migliore compromesso possibile per passare, da una situazione di perdurante guerra endemica, ad una situazione di convivenza se non pacifica, almeno non apertamente conflittuale. Ed è più di cinquant’anni che la storia del conflitto israelo-palestinese si articola attraverso una lunga ed intricata lista di scontri, accordi, sigle di documenti e negoziati, un cammino infinito e tumultuoso verso il, sognato ma non altrettanto apparentemente voluto, coronamento di un processo di pace che, dalla Conferenza di Madrid del 1991 al fallimento di Camp David e Taba del 2000 e 2001, sembra nella sua complessità ed altilenanza riassumibile in un lapidario “it’s on, it’s off, it’s on again, it’s finally over”. Addentrandosi nella questione israelo-palestinese, l’impressione generale è quella di due popoli di cui non si è poi così tanto sicuri se vogliano in qualche modo, tanto a fatti quanto a parole, una pace definitiva, e quindi una sorta di soluzione duratura per stabilire una convivenza pacifica; oppure, se semplicemente cerchino di temporeggiare strategicamente in una sorta di perverso “dilemma del prigioniero”, in cui entrambi i giocatori cercano di massimizzare i loro rispettivi playoff, l’uno a scapito dell’altro, in vista del coronamento dell’opzione “migliore accordo possibile”, piuttosto che di un “qualsiasi accordo realizzabile”. E tutto in nome di una pace che nessuna delle due parti forse vuole, perché ritenuta inaccettabile o semplicemente non possibile alle condizioni dell’altro.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Laura Bartoli Contatta »

Composta da 219 pagine.

 

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