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Il disturbo ossessivo compulsivo. Riflessioni antropologiche sulla medicalizzazione del senso di colpa.

La tesi fornisce una lettura provvisoria del disturbo ossessivo compulsivo, o DOC, in una prospettiva medico-antropologica. Nella prima parte viene evidenziata l’insufficienza descrittiva della nosologia psichiatrica, eretta sul tradimento dei fattori socio-culturali del fenomeno patologico; l’analisi del DOC volge l’attenzione più sul sistema che genera la sofferenza, piuttosto che –come fa la biopsichiatria- sul singolo sintomo da debellare.
Nel DSM IV si definisce affetta da DOC una persona la cui mente sia costantemente assediata da pensieri o immagini intrusive; dedita ad azioni rituali, ad un fare magico, volto a scaricare una forte componente di ansia o angoscia. Esempi di ossessioni sono: il ripetere a mente numeri o frasi; il terrore di poter far del male a qualcuno; il dubitare di aver chiuso la porta o il gas nonostante l’evidenza. L’ossessivo non si fida dei propri sensi: non sa se le proprie mani sono davvero pulite, e pertanto indugia in lavaggi compulsivi ed estenuanti sino a squamarsi la pelle.
Ho scelto di parlare del DOC innanzi tutto perché si tratta di un fenomeno che va a toccare tutti gli ambiti dell’esistenza di un individuo, pertanto richiede una terapia volta alla medicalizzazione di tutti gli ambiti: intellettuale, emotivo, lavorativo, famigliare e religioso. Per un antropologo il DOC è interessante proprio per quel fare magico e rituale che più studiosi hanno accostato ai rituali di alcune società tradizionali. Inoltre, sino ad oggi sembra che il DOC sia un fenomeno prettamente occidentale, se si esclude la variante giapponese dello shinkeishitsu, trattata nella seconda parte della tesi. Già Freud sottolineava come il fenomeno ossessivo si costruisca intorno al senso di colpa, che, in una prospettiva antropologica, rimanda ad un sentimento, culturalmente dato dalla tradizione giudaico-cristiana in ambito occidentale, funzionale al controllo delle attività corporee come il mangiare o la sessualità, dunque al controllo delle genti ed alla coesione sociale.
L’intento del mio lavoro è stato, non trattare il DOC in ogni suo aspetto, bensì tracciare quelle linee di confine, talvolta di fusione, tra il senso di colpa, culturalmente dato dalla tradizione occidentale, e quelle che di volta in volta, la Chiesa, la medicina, la biopsichiatria, hanno definito: possessione demoniaca, stregoneria, scrupolosità, nevrosi, in fine DOC.
Ho tentato di mostrare come i tratti caratteristici dell’ossessivo, altro non siano che esasperazioni di attitudini e comportamenti promossi all’interno della cultura occidentale. L’ossessivo medio infatti, si presenta come un individuo perfezionista, scrupoloso, rigidamente razionale, riduzionisticamente mentale, convenzionale e conformista, che brilla per efficienza ed ordine, egocentrico, individualista, tutto chiuso nel proprio monolitico sé ed impegnato ad avere sempre e tutto sotto il proprio controllo. Ciò che la psichiatria considera come invarianti universali del DOC sono, infine, indicatori di un modello comportamentale plasmatosi sotto le spinte normalizzanti delle forze sociali e delle ideologie dominanti nell’occidente industrializzato. Il discorso dell’ossessivo dunque, rielabora l’eredità simbolica di figure mitologiche quali Prometeo, Adamo o Gesù, intorno alle quali si è costruita la nozione occidentale del concetto di persona. In modo del tutto analogo a tali personaggi, l’ossessivo, nella sua grottesca caricatura della persona occidentale, realizza una sorta di ribellione per liberarsi dallo schiacciante senso di colpa attraverso il quale l’ordine sociale promuove il proprio standard normativo. Così all’ordine costituito egli oppone il proprio universo: la sua ossessione; al controllo dei corpi ed alla socializzazione delle funzioni corporee egli oppone il proprio controllo sul corpo: basti vedere l’anoressia, la bulimia, i lavaggi; ad una religione collettiva ne oppone una privata; al tempo lineare oppone il proprio tempo circolare fatto di azioni rituali; al primato della razionalità occidentale oppone il proprio pensiero magico ed onnipotente.

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ii Introduzione Una delle caratteristiche più evidenti della psichiatria contemporanea è senza dubbio la tendenza alla biologizzazione ed alla tecnicizzazione, nonché il limitato interesse per le determinanti socio-culturali dell’infermità psichica. Ne consegue che, già abbondantemente indottrinata attraverso i mezzi di comunicazione di massa, la maggior parte delle persone non è in grado di percepire i sintomi psicologici e psichiatrici come manifestazioni che rispondono a peculiari meccanismi culturali; al contrario, si impara sempre più che il disturbo mentale è equiparabile ad una qualsiasi malattia fisica, e che i sintomi non sono altro che inequivocabili segnali di un disordine biochimico. La biopsichiatria si basa, infatti, sul presupposto che il disturbo mentale abbia un’origine organica, imputabile a squilibri genetici o chimici cui occorre far fronte ricorrendo a psicofarmaci, stimolazioni quali l'elettroshock o interventi di psicochirurgia. Molte critiche si sono levate nel corso degli ultimi anni al sistema psichiatrico, critiche e osservazioni che ne hanno spesso svelato la marcata pseudoscientificità, nonché le ripetute violazioni dei diritti dei pazienti e l'asservimento agli interessi delle grandi industrie farmaceutiche (Laing 1978; Breggin 1985, 1991; Kleinman 1988; Sacks 1999; Pewzner 2000). Dal canto suo l’antropologia medica, nel cui ambito si colloca questo lavoro, da tempo propone una riflessione critica sulla debolezza di un siffatto modello biomedico: da una parte, difendendo la tesi di un’insufficienza descrittiva della nosologia psichiatrica, costruita precisamente sulla scarsa considerazione dei

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Sara Ascoli Contatta »

Composta da 242 pagine.

 

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