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Processi di privatizzazione e nuovi assetti di corporate governance: il settore bancario e la fusione Unicredit - hvb

Le ragioni che hanno condotto molti Paesi ad attuare delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione dei mercati sono numerose. Le ipotesi spaziano da motivi di carattere ideologico – sociale, indirizzati a ridisegnare il rapporto tra Stato e cittadini,favorire gli ideali di libero mercato e ridurre l’interferenza statale nella gestione dell’economia, a ragioni di natura prevalentemente economica,consistenti nella necessità di ridurre l’apparato statale e la spesa pubblica,porre un freno all’eccesso di politicizzazione ed eliminare le inefficienze del settore pubblico delle imprese.Il settore bancario,in Italia , ha subito profondi cambiamenti negli ultimi anni. Numerosi sono stati i tentativi, in parte riusciti e in parte non , operati dal policy maker di trasformare un mercato ,come quello bancario italiano, dominato dall’impresa pubblica (fino agli inizi degli anni ’90 possiamo dire che oltre i due terzi del sistema era in mano pubblica) in mercato in cui, per quanto possibile data la delicatezza e l’importanza dello stesso , prevalessero la concorrenza e la competitività.Il primo tentativo di privatizzare il settore fu quello della riforma Amato del 1990, la quale introdusse nel capitale di controllo delle banche , un nuovo soggetto :le fondazioni bancarie. Le fondazioni,enti la cui attività e la cui natura giuridica non è mai stata chiara e definita, in virtù della legge, detenevano le quote di maggioranza degli istituti bancari con lo scopo di conservare, nonostante la privatizzazione, la stabilità del sistema ; dunque la situazione non cambiò di molto. Ma è nel 1999 che si ebbe la reale svolta con la legge passata alla storia come “decreto Ciampi” . La nuova riforma obbligò le fondazioni a cedere le quote di controllo che mantenevano grazie alla legge determinando la totale apertura del mercato degli assetti di controllo delle banche in Italia. L’elemento fondamentale che si introdusse e che determinò una privatizzazione sostanziale del sistema fu ,infatti,la contendibilità degli assetti proprietari degli istituti. Per contendibilità s’intende , appunto, la possibilità di scalare il capitale , assumere la proprietà maggioritaria ed esercitare il potere di controllo e di direzione. Il nucleo centrale della legge si riduce proprio a questo concetto base : possibilità di acquisire ,attraverso naturalmente i meccanismi di mercato quali OPA OPS ecc.. il controllo degli istituti di credito senza elementi di disturbo ( che come è accaduto per la legge Amato erano rappresentate dalle fondazioni). La contendibilità introdotta dalla riforma ha ridisegnato totalmente quelli che erano i nuclei di potere nelle banche, ha instaurato nuovi meccanismi di corporate governance più moderni ed efficienti; ha influenzato le strategie e le scelte di sviluppo dei nostri intermediari permettendo di avvicinare il settore italiano a nuovi traguardi e livelli di crescita. In primis quello che è emerso negli anni seguenti all’entrata in vigore della riforma è stato un fortissimo processo di concentrazione settoriale: grosse fusioni, acquisizioni , M&A si sono susseguiti lungo tutto il periodo in esame. Questo fenomeno “concentrazione” ha da un lato permesso agli istituti italiani di crescere dimensionalmente, inseguendo obbiettivi quali economie di scale di scope, diversificazione geografica ,strategica ecc.. essendo così in grado di competere con i ben più grandi istituti europei , e dall’altro ha permesso la formazione di poli bancari indipendenti che hanno costituito nuclei di aggregazione di tutto questo processo. Questi nuclei sono costituiti dai cinque gruppi bancari di proprietà essenzialmente italiana emersi dal periodo post-privatizzazione (San Paolo-Imi , Unicredit, Banca Intesa, Capitalia, Monte dei Paschi di Siena) nei quali possiamo ravvisare le tendenze strategiche di fondo del settore dovute a una maggiore competitività e concorrenza :

definitiva uscita delle fondazioni dal controllo delle banche
concentrazione ed integrazione sia a livello nazionale che transnazionale
crescita “per vie esterne” attraverso il M&A
ri-focalizzazione degli assetti proprietari e di controllo verso intermediari finanziari
penetrazione di capitale estero in quote rilevanti nella compagine azionaria
specializzazione per funzione ed area geografica attraverso le società acquisite e adozione della forma multyspecialist
aumento del peso totale delle attività di corporate and investment banking

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VI INTRODUZIONE Le ragioni che hanno condotto molti Paesi ad attuare delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione dei mercati sono numerose. Le ipotesi spaziano da motivi di carattere ideologico – sociale, indirizzati a ridisegnare il rapporto tra Stato e cittadini,favorire gli ideali di libero mercato e ridurre l’interferenza statale nella gestione dell’economia, a ragioni di natura prevalentemente economica,consistenti nella necessità di ridurre l’apparato statale e la spesa pubblica,porre un freno all’eccesso di politicizzazione ed eliminare le inefficienze del settore pubblico delle imprese. Questo processo ha ridisegnato e rivoluzionato quelli che erano gli assetti proprietari delle aziende in tutt’Europa e nel mondo; ha cambiato le politiche di conduzione e di corporate governance modificando il mercato del controllo in tutti i settori più importanti dell’economia. In particolare oggetto di studio del seguente elaborato è il sistema bancario italiano. Il settore bancario,in Italia , ha subito profondi cambiamenti negli ultimi anni. Numerosi sono stati i tentativi, in parte riusciti e in parte non , operati dal policy maker di trasformare un mercato ,come quello bancario italiano, dominato dall’impresa pubblica (fino agli inizi degli anni ’90 possiamo dire che oltre i due terzi del sistema era in mano pubblica) in mercato in cui, per quanto possibile data la delicatezza e l’importanza dello stesso 1 , prevalessero la concorrenza e la competitività. Con la riforma del 1936 l’attività bancaria venne considerata attività di “pubblico interesse” e la maggior parte degli istituti, soprattutto quelli 1 Il mercato bancario non è infatti paragonabile ad un qualsiasi altro mercato. Infatti attraverso le banche il governo ha sempre attuato i propri indirizzi di politica monetaria e dunque ha sempre puntato alla gestione dello in base a criteri fondati sulla stabilità piuttosto che efficienza. Inoltre il fallimento di un istituto bancario non può essere paragonato al fallimento di un’azienda di qualsiasi tipo,date le enormi ripercussioni che si avrebbero sul sistema economico nazionale (effetto domino)

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Management aziendale internazionale

Autore: Marco Oliviero Contatta »

Composta da 265 pagine.

 

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