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HELP! Fenomenologia beatlesiana in Italia

Informazioni tesi

  Autore: Silvia Panetta
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Discipline dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Pietro Favari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

I Beatles non possono essere considerati come un fenomeno prettamente musicale se si considerano i risvolti che ebbero nella cultura e nel costume.Un ciclone di amore e colore è un modo più che esaustivo a mio parere per definirli. Perfetta rappresentazione della loro epoca infatti, racchiudono in essi tutta una serie di aspetti tipicamente anni Sessanta.
L'interesse che ancora oggi sono in grado di siscitare, dimostra la grandezza e la portata della loro arte che trasformò la cultura pop in un campo di interesse anche per le più alte sfere intellettuali.
Negli studi che ho condotto, mi sono concentrata pertanto sugli aspetti fenomenologici che accompagnarono la loro venuta preferendo trascurare, anche se solo in parte, gli aspetti prettamente musicali.
La parte iniziale di questo trattato si occupa della rivoluzione beatlesiana da un punto di vista sociale, in particolare della nascita della figura del giovane e delle mode giovanili, del diffondersi della cultura della droga e del rapporto che il gruppo istaurò con i media e le masse.
Nella seconda parte ci si concentra sugli effetti che i Beatles ebbero in Italia sul mondo giovanile, su quello adulto, in campo musicale, ma soprattutto del trattamento riservato loro dalla stampa e dalla RAI che, in quegli anni, aveva ancora il monopolio radio-televisivo.
Spero di riuscire ad interessare i lettori e a soddisfare anche solo in parte le loro curiosità.

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3 PREMESSA “Se è vero, come è vero, che l’uomo ha bisogno di idoli, meglio allora quei quattro ragazzi di Liverpool che Hitler” 1 Arrigo Polillo Tutti i fan dei Beatles, parlano del loro avvicinamento al gruppo come un contagio…è comprensibile, io stessa sono stata contagiata. Il trasporto che ancora oggi possiamo provare attraverso i loro pezzi, spiega senza dubbio questo fenomeno, questa malattia: l’obbligo che si prova a dover ondeggiare la testa o tutto il corpo è sicuramente il primo sintomo che, si accompagna all’istinto irrefrenabile di canticchiare. Ben presto si passa a una fase più acuta della patologia nella quale, si va alla ricerca di canzoni specifiche, si diventa collezionisti di album ma soprattutto si presentano preoccupanti tremori simili al Parckinson: durante l’ascolto dei brani si inizia a muovere il corpo, si perde la padronanza degli arti che sembrano ipnotizzati dalla musica come i serpenti dei fachiri. Giunti a questa fase, la malattia può degenerare rendendoci beatlesologhi o mantenersi stabile nel tempo rendendoci portatori sani della Beatlesmania. Chiunque sa chi sono i Beatles. Non esiste persona che non conosca almeno i pezzi che più fanno parte della nostra cultura: Yesterday, All you need is love, Hey Jude o Help. Ma, solo coloro che entrano in contatto con quei pezzi meno melodici e più innovativi e sperimentali, ma anche meno impegnati e quindi più ironici, vengono colti dalla malattia. Il mio contagio risale all’estate 2005. Nonostante io fossi tra quelli che sanno chi sono i Beatles, e conoscevo già un po’ più della discografia di base, essendo più una cinefila che una appassionata di musica, non mi ero troppo concentrata su di loro, così come, in generale, non mi dedicavo troppo alla musica (cosa che ora è cambiata). 1 Polillo A., Jazz, Mondadori, Milano 1975.

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