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Dinamiche di mutamento sociale e gestione del potere in Kenya 1957-1969

Informazioni tesi

  Autore: Raffaele Pettazzoni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia
  Relatore: Irma Taddia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 195

Nella presente dissertazione sono stati trattati analiticamente alcuni sviluppi politico-sociali che hanno caratterizzato la storia del Kenya tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60.
Obiettivo fondamentale dell’indagine era valutare i cambiamenti delle condizioni di vita della popolazione, con particolare riguardo alle classi sociali meno abbienti.
Le tematiche sono state organizzate secondo un percorso che si snoda idealmente dalla campagna alla città, definendo il passaggio dai modelli socio-economici del periodo coloniale a quelli del primo periodo indipendente.
L’elaborato di tesi si divide in due parti, il cui spartiacque è l’indipendenza del 1963. Ciascuna di queste si articola in tre capitoli: terra, politica, società. Il tema della terra è stato affrontato con particolare attenzione alle dinamiche della proprietà e del lavoro, in relazione con lo sviluppo di una classe media africana e con la crescita complessiva della struttura sociale. Un minuzioso esame delle strutture amministrative e dei mutamenti politico-istituzionali si è poi reso necessario per inquadrare il ruolo giocato dalla pianificazione e dai meccanismi politici accentratori delle classi dirigenti. Nel terzo capitolo gli argomenti affrontati precedentemente sono stati posti in relazione ad alcune tematiche riguardanti lo sviluppo socio-economico e l’evolversi delle stratificazioni sociali, qui analizzate in relazione ai bisogni e alle condizioni di vita della popolazione.
Le fonti consultate all’African Studies Centre della Boston University mi hanno permesso di approfondire vari aspetti della gestione del potere politico ed economico da parte delle classi dirigenti pre e post-indipendenza, evidenziando in molti casi una sostanziale continuità.
L’analisi del mondo del lavoro e delle dinamiche migratorie, attraverso fonti primarie e letteratura, ha condotto a considerazioni riguardo lo sviluppo delle metropoli e l’evolversi di alcune drammatiche situazioni, già presenti in nuce nell’ultima fase coloniale ma realizzatesi solo dalla fine degli anni ’60. La struttura sociale kenyota vede difatti in questo periodo un peggioramento complessivo, con la crescita percentuale del proletariato e la nascita di sacche di marginalità sociale. Tale deterioramento del tessuto sociale mostra innanzitutto legami diretti con le politiche capitalistiche dell’“era Kenyatta”, anche se per gli aspetti economici strutturali è riconducibile ai governi coloniali, tradizionalmente disattenti alle fasce popolari più deboli.
Nairobi in particolare è il fulcro socio-economico che né le amministrazioni coloniali, né tantomeno i governi presieduti da Kenyatta seppero amministrare, portandola ad essere teatro di degrado sociale. Nel breve periodo storico considerato il Kenya è passato da una condizione rurale ad una urbanizzazione polarizzata verso le due città principali.
L’“era Kenyatta” soppresse sistematicamente ogni forma di opposizione politica, a partire dal KPU, l’unico partito che si contrappose al governo. Il consolidamento del senso di giustizia sociale fu nel tempo ostacolato dal cattivo funzionamento delle istituzioni, nelle quali una struttura di tipo clientelare divenne parte strutturale del sistema amministrativo. L’introduzione di sistemi di tassazione e di accesso al credito più equi, oltre ad una gestione del sistema sanitario ed a politiche degli alloggi che tenessero conto delle fasce più deboli della popolazione, furono sistematicamente negati da un’élite che fondava il suo controllo sulla sperequazione e che, a tutt’oggi, continua a considerare l’esistente polarizzazione di ricchezza e diritti quale condizione necessaria al suo stato di benessere.
Il risultato più drammatico delle politiche socio-economiche del Kenya indipendente è senza dubbio la nascita del sottoproletariato urbano, la cui presenza esprime non solo la colpevole gestione dello stato da parte del governo post-coloniale, ma anche le ampie responsabilità dei governi coloniali. Tali responsabilità sono da ricercare proprio nel periodo a cavallo dell’indipendenza, e in due elementi principali, nucleo dell’analisi in oggetto: la “creazione” di una classe media africana funzionale al governo coloniale e le riforme agrarie. In particolare le riforme agrarie coloniali sconvolsero la struttura sociale della maggioranza africana del paese, legata ad un’agricoltura di sussistenza: esse accentuarono le differenze esistenti tra le diverse zone e spinsero oltre metà della popolazione totale a migrare dal luogo d’origine, con effetti che furono percepiti ben oltre l’indipendenza.
In linea con le teorie di Arndt e di Volpi su sviluppo sociale ed economico, ma anche con numerose ricerche dell’Institute for Development Studies di Nairobi, le conclusioni evidenziano come, nel periodo considerato, sussistessero le condizioni perché il tessuto sociale si rafforzasse e la povertà urbana rimanesse all’interno di livelli accettabili.

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INTRODUZIONE Il passaggio di consegne dal potere coloniale al nuovo governo indipendente del Kenya avrebbe potuto configurarsi in maniera molto più traumatica di quanto avvenne in realtà. Seppure ad un ritmo sempre più incalzante, il processo si svolse, in economia come in politica, con una successione graduale, eludendo la possibilità di vuoti di potere e garantendo continuità amministrativa. Fulcro non accidentale di tale evoluzione fu la nascita, voluta e promossa dal potere coloniale, di una piccola borghesia africana. Nei piani dei britannici, la creazione di questa classe sociale avrebbe dovuto permettere una migliore comunicazione tra i vertici coloniali e la popolazione africana in posizione subalterna, ma essa finì per assumere un ruolo indipendente. Il crescente peso politico-sociale assunto da tale classe a partire dagli ultimi anni ’50, in ragione di una sempre maggiore ramificazione all’interno delle strutture economico-politiche, diede seguito a sviluppi imprevisti dai piani coloniali, mettendoli in crisi. Il radicamento di meccanismi di tipo clientelare, a livello di partito/gruppo etnico di riferimento, divennero un utile strumento nelle mani dei membri di questa piccola borghesia , che se ne servì per operare una sostituzione progressiva delle strutture politico- amministrative coloniali con corrispondenti strutture africanizzate, processo che si rivelò decisivo nel passaggio dei poteri. Nel Kenya neo-indipendente tre furono gli sviluppi che produssero le più forti conseguenze politico-sociali: la riforma agraria con redistribuzione della terra, l’africanizzazione delle strutture e la crescita della popolazione urbana. Tutti e tre questi processi rientrano, ciascuno in modo caratteristico, in una serie di “pianificazioni” economiche, politiche e sociali deliberatamente o collateralmente promosse da “Mzee” Jomo Kenyatta e dal suo partito. L’intento finale di tali meccanismi pianificatori era volto non solo ad una definitiva appropriazione e gestione assoluta del potere politico, 3

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