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Struttura e performance delle imprese estere in Italia: il caso della chimica

Il decennio precedente è stato testimone di un significativo aumento della presenza di imprese a controllo estero in tutta Europa; questo ha portato l’attenzione di molto studiosi sugli effetti che gli investimenti diretti esteri in entrata possono avere sulle economie riceventi.

Larga parte dell’impatto degli investimenti in entrata sui paesi ospiti deriva dall’esistenza di gap di performance tra imprese domestiche ed imprese a controllo estero.

Scopo del lavoro è quindi quello di realizzare un’analisi “a monte”, finalizzata cioè a verificare la presenza di sostanziali differenze nella struttura e nella performance delle imprese a controllo estero rispetto alle imprese a controllo nazionale.

I risultati di questo lavoro confermano la presenza di un gap di produttività e costo del lavoro delle imprese estere presenti in Italia nel settore della chimica rispetto sia ad imprese nazionali che a multinazionali italiane; gap che risulta prevalentemente spiegato da variabili relative all’intensità di capitale fisico e umano.

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INTRODUZIONE Il significativo cambiamento dell’attitudine dei governi nei riguardi delle imprese multinazionali testimonia un altrettanto significativo cambiamento della visione del ruolo da esse giocato nella creazione, adozione e disseminazione della conoscenza e delle competenze tecnologiche (Castellani e Zanfei 2007). L’impatto degli investimenti in entrata sulle economie riceventi è stato largamente studiato; esso include aspetti della bilancia dei pagamenti, occupazione, stock di capitale e risorse, trasferimento di tecnologie e rischio di dipendenza (Bellak 2002). Larga parte dell’impatto degli investimenti in entrata sui paesi ospiti deriva dall’esistenza di gap di performance tra imprese domestiche ed imprese a controllo estero. Tale differenziale di performance è stato riscontrato in diverse aree: sui livelli di produttività e di profittabilità, su salari, livello di qualificazione professionale e relazioni di lavoro, su intensità tecnologica e crescita. Tale differenziale avalla la teoria dell’internazionalizzazione (Caves 1996) secondo cui le imprese multinazionali esistono nella misura in cui possono sfruttare nei mercati esteri una conoscenza superiore, che compensa i maggiori costi derivanti dall’operare in un ambiente estero. Le affiliate estere beneficiano del trasferimento di questa conoscenza, mostrando così livelli di produttività e profittabilità superiori. La performance superiore delle imprese a controllo estero è stata ampliamente documentata in studi empirici, diventando un fatto stilizzato della letteratura sulle multinazionali; resta tuttavia da chiarire se ciò sia sufficiente per affermare l’esistenza di una relazione causale o strutturale tra la partecipazione estera ed alti livelli di produttività e costo del lavoro. Scopo del lavoro è quindi quello di realizzare un’analisi “a monte”, finalizzata cioè a verificare la presenza di sostanziali differenze nella struttura e nella performance delle imprese a controllo estero rispetto alle imprese a controllo nazionale. Sebbene un’analisi strutturale tra imprese domestiche ed estere si ponga un obiettivo più limitato rispetto al più ampio scopo di quantificare l’impatto di queste ultime sull’economia del paese ospitante, essa risulta tuttavia essenziale per verificare le assunzioni di base della teoria economica e per una più corretta e completa analisi degli effetti diretti ed indiretti prodotti dalle imprese multinazionali estere per l’economia italiana. I risultati principali cui il lavoro giunge sono i seguenti: le imprese a controllo estero si caratterizzano per livelli di produttività e costo del lavoro significativamente superiori rispetto alle imprese a controllo nazionale. Un’analisi econometrica mostra come tale differenza rimanga significativa anche dopo aver controllato per variabili firm-specific

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Daniela Arcuri Contatta »

Composta da 58 pagine.

 

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