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4.48 Psychosis: letture a confronto

La presente ricerca vuole approfondire il campo della traduzione teatrale e porre enfasi soprattutto sui drammaturghi del teatro inglese. Si tratta di un elaborato mirato ad approfondire i temi e le difficoltà che si affrontano quando si vuole tradurre un testo teatrale e mettere a confronto diverse traduzioni di un unico testo, 4.48 Psychosis, l’ultimo dramma scritto da Sarah Kane.
Vorrei affrontare questo tipo di traduzione perché apprezzo molto il teatro: per me ha sempre rappresentato una forma alta di arte, davanti alla quale l’uomo può riflettere sulla propria vita. Ogni qualvolta una persona si reca a teatro, si aspetta di dover fare inevitabilmente i conti col proprio io, la propria personalità ed il suo rapportarsi con gli altri.
Il primo capitolo, dunque, si basa su alcune teorie di certi studiosi di traduzione che negli anni sono state importanti per analizzare a fondo la traduzione teatrale. Inoltre si sottolinea la differenza tra il drama translation (traduzione del dramma) e il theatre translation (traduzione teatrale).
Lo stesso capitolo contiene anche un’analisi ed una lettura critica di tutte quelle componenti sociologiche, storiche e letterarie che influiscono sul testo.
In seguito, il secondo capitolo presenta uno studio approfondito della produzione drammaturgica contemporanea inglese, ponendo in luce quelli che sono considerati i cinque drammaturghi inglesi più importanti della “new wave teatrale inglese”: Jez Butterworth, Martin Crimp, Philip Ridley, Mark Ravenhill e, infine, Sarah Kane, il cui testo, 4.48 Psychosis, sarà analizzato nei capitoli successivi.
Nell’ultimo paragrafo del secondo capitolo, si vedrà nel dettaglio la produzione e lo stile, soprattutto drammaturgici, di Samuel Beckett, che, più di tutti, ha influenzato l’autrice da me presa in esame per la presente ricerca.
Il terzo capitolo vuole approfondire la vita e le opere di Sarah Kane, evidenziando maggiormente il suo ultimo dramma, 4.48 Psychosis, considerato da molti una sorta di testamento spirituale, scritto poco prima di togliersi la vita. Dell’autrice verrà esaminato anche lo stile particolare, gli argomenti trattati nelle sue pièce, primo fra tutti l’amore, e le influenze di altri scrittori, quali Samuel Beckett e Bertold Brecht.
Del primo Kane riprende il tema della morte, dell’angoscia esistenziale dell’uomo e alcune tecniche stilistiche, come le pause all’interno di una frase o di un paragrafo. Queste da una parte danno valore alle parole e la fanno divenire elementi "necessari" e, dall'altra, rendono l'attesa del lettore ancora più spasmodica. Del secondo scrittore, invece, Kane riprende il cosiddetto Verfremdung Effekt, l’effetto di straniamento, secondo il quale né lo spettatore né l’attore devono identificarsi nella rappresentazione teatrale, ma rimanere obiettivi.
Lo stesso capitolo contiene, inoltre, un paragrafo che tratta la poeticità di 4.48, vale a dire tutti quegli aspetti linguistici e stilistici che donano a questo dramma una parvenza di poesia. L'utilizzo delle figure di stile verrà poi esaminato più a fondo nel capitolo successivo.
Il quarto capitolo presenta un’intervista ad un traduttore di Sarah Kane, Gian Maria Cervo, il quale ha risposto gentilmente ad alcuni miei quesiti e dubbi, portandomi a riflettere su alcuni aspetti di 4.48 che fino a quel momento non avevo tenuto in considerazione. Nell’Appendice 1 ho inserito un ulteriore commento ad alcune parti del testo che mi sono parse particolarmente interessanti dal punto di vista della traduzione.
Nella tabella metto a confronto le due traduzioni italiane, quella ufficiale di Nativi, l’altra, di Cervo e, inoltre, inserirò una mia proposta di traduzione qualora ritenessi quelle già esistenti poco fedeli al testo inglese. Questa non vuole togliere nulla ai traduttori professionisti sopra citati, ma è soltanto una prova per dimostrare quali e quante modifiche si possono apportare ad una traduzione teatrale, che, come molti traduttori sanno, non sarà mai perfetta e unica.
Per la sua complessità ed ambiguità, infatti, considero la traduzione di un testo teatrale molto simile alla traduzione di una poesia, sebbene la parola nel teatro sia strettamente legata al gesto dell’attore che la interpreta, mentre nella poesia è isolata ed ha un valore a sé stante, non collegato ad altri elementi esterni.
In conclusione, la mia ricerca vuole analizzare, nello specifico, alcuni aspetti delle traduzioni italiane di 4.48. Il testo di Sarah Kane non è complesso soltanto per ciò che riguarda gli argomenti affrontati, ma anche per la forma, a volte, poetica. Esso, infatti, è ricco di rime, anafore, allitterazioni e suoni onomatopeici, talvolta difficili da rendere nella lingua d’arrivo, soprattutto se si tratta di una lingua come l’italiano, che ha una musicalità molto diversa dall’inglese.

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2 Introduzione “Accadde in un teatro che le quinte presero fuoco. Il buffone usci per avvisare il pubblico, credettero che fosse uno scherzo e applaudirono. Egli ripeté l'avviso la gente esultò ancora di più. Così mi figuro la fine del mondo: perirà fra l'esultanza generale degli spiritosi che crederanno si tratti di uno scherzo”. Soren Kierkegaard La presente ricerca vuole approfondire il campo della traduzione teatrale e porre enfasi soprattutto sui drammaturghi del teatro inglese. Si tratta di un elaborato mirato ad approfondire i temi e le difficoltà che si affrontano quando si vuole tradurre un testo teatrale e mettere a confronto diverse traduzioni di un unico testo, 4.48 Psychosis, l’ultimo dramma scritto da Sarah Kane. Vorrei affrontare questo tipo di traduzione perché apprezzo molto il teatro: per me ha sempre rappresentato una forma alta di arte, davanti alla quale l’uomo può riflettere sulla propria vita. Ogni qualvolta una persona si reca a teatro, si aspetta di dover fare inevitabilmente i conti col proprio io, la propria personalità ed il suo rapportarsi con gli altri. Nella vita capita poche volte di fermarsi a riflettere su cosa si sta facendo, dove si sta correndo e per quale motivo. Credo che l’occasione di uno spettacolo teatrale sia una di quelle volte. Di certo non si tratta di un’esperienza facile per tutti: può portare al rifiuto completo o, al contrario, ad una grande passione per questo tipo di arte. Guardando alla mia esperienza personale, credo non ci sia nulla di più bello che ascoltare per un’ora il monologo scritto da Alessandro Baricco Novecento, portato in scena dalla voce calda e perfetta di Arnoldo Foà. Oppure assistere alla morte del re Edoardo II, prima denudato dei suoi tesori e dei suoi vestiti, poi ucciso in un modo troppo brutale, che non voglio raccontare. E come non amare un grande rappresentante della drammaturgia italiana del secondo

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Eva D'aniello Contatta »

Composta da 65 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3135 click dal 21/12/2007.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.