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Il ruolo del volontariato nella crisi del welfare state: miti e realtà

Informazioni tesi

  Autore: Silvia Gaia Valisi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Milano - Bicocca
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Paolo Barbieri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 57

Tra le incognite più interessanti su cui si dibatte in relazione al tema del mutamento dello stato sociale, vi è il ruolo che il terzo settore, “nelle forme di volontariato e dell’associazionismo sociale” (P. Barbieri, 2005), potrebbe assumere nel nuovo modello di welfare che in Italia deve prendere il posto di quello industriale. È infatti diffusa in una parte della letteratura l’idea che le attività cosiddette “fuori mercato” potrebbero rivelarsi essenziali per il welfare degli stati moderni che si trova ad affrontare una situazione di crescente difficoltà, se non addirittura di crisi a causa della scarsità di risorse economiche. È indubbio infatti che i limiti della spesa pubblica, imposti dalla crisi fiscale che ha colpito i governi europei, abbiano posto un freno all’espansione del welfare state, rendendo impossibile ogni ulteriore incremento degli interventi di politica sociale e obbligando gli stati a perseguire una politica di tagli alla spesa. In particolare, nel corso della mia relazione triennale, incentrerò la mia analisi soprattutto sull’attività del volontariato che, grazie al carattere gratuito del suo impegno, appare, in questo panorama economicamente disastroso, una nuova risorsa strategica nella gestione dei servizi relativi al benessere personale e collettivo dei cittadini, “proponendosi come una componente permanente e stabile della nostra società civile” (C. Ranci, 2006, p. 35) accanto ai tre tradizionali pilastri del welfare: la famiglia, il mercato e lo Stato.

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Introduzione Man’s yesterday may ne’er be like his morrow;/ nought may endure but Mutability. Shelley I. Il mutamento del welfare state: il volontariato e il terzo settore Il modello di regolazione sociale che ha dominato la nostra società per decenni sta oggi subendo un progressivo mutamento: tale cambiamento appare smuovere la fondamenta dell’ “ordine condiviso” (M. Ambrosini, 2005, p.37) che aveva permesso nelle nostre società integrazione e benessere. Ciò che viene a mancare sono, in primo luogo, le antiche garanzie occupazionali: dopo la grande fabbrica il posto di lavoro diviene instabile e precario sotto le nascenti esigenze della struttura occupazionale di flessibilità e competitività. Anche sul piano culturale, le certezze della società tradizionale lasciano il posto ad un crescente senso di insicurezza: i punti di riferimento ideologici e etici dei nostri padri e nonni perdono rilievo in un mondo dove la mobilità, fisica e simbolica, sembra spezzare tutti legami, rendendo certamente gli individui più consapevoli e autonomi, ma anche più soli. In questo nuova realtà, i bisogni, le richieste e le problematiche di cui le popolazioni sono portatrici sono mutati radicalmente. Da questo consegue che anche il welfare state, l’istituzione che storicamente è responsabile della gestione dei bisogni sociali dei cittadini, si trova a doversi trasformare e adattare al nuovo contesto storico e sociale. Nei dibattiti internazionali si sente sempre più parlare del bisogno di rinnovamento e cambiamento di questa istituzione che è considerata una delle più importanti e complesse conquiste dell’epoca moderna. Ma se la necessità del cambiamento è chiara per tutti, le modalità e le opportunità di una riforma radicale dell’istituto del welfare rimangono invece un punto assai dibattuto. L’importanza infatti di una sua riforma non risiede solo nel fatto che essa può garantire un maggiore benessere nel breve periodo, grazie alla risoluzione dei problemi e dei rischi sociali che affliggono la popolazione, ma in qualcosa di più profondo: i diversi assetti istituzionali che oggi vengono attuati indirizzeranno lo sviluppo e le 2

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