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Vino e turismo: il caso del ''Parco del Negroamaro''

L'emergere di una nuova forma di turismo, inteso come "scoperta ed esperienza", porta ad una fruizione differenziata delle risorse del territorio. I giacimenti enogastronomici, la cultura locale, le tradizione costituiscono sempre più importanti attrattori per l'offerta turistica sostenibile ed improntata al rispetto ed alla conoscenza profonda del "genius loci".
il presente lavoro analizza l'evoluzione del concetto di turismo e del turismo del gusto, la segmentazione dei modelli di sviluppo (Sistemi turisti locali, distretti produttivi, ecc.) e le potenzialità insite in chiave di sviluppo locale analizzando il progetto del "Parco del Negroamaro" promosso dalla Provincia di Lecce.

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1 La crescita del settore turistico registrata nell’ultimo decennio nel Salento ha portato all’individuazione delle potenzialità insite nella tutela e nella valorizzazione delle risorse naturali, storiche e culturali che caratterizzano il territorio. Ad un turista attratto essenzialmente dalla bellezza delle coste e della Lecce barocca inizia ad affiancarsi una nuova tipologia: il viaggiatore, attento a cogliere ogni aspetto della vita salentina ed a condividerne ritmi e magie. Sebbene il settore trainante dell’economia della provincia leccese sia il comparto dei servizi, l’agricoltura riveste ancora un ruolo non marginale, soprattutto per quanto concerne la produzione vitivinicola di qualità. Il nord Salento si caratterizza appunto in questo senso: il vino, nonostante abbia attraversato tempi ed epoche, è ancora il simbolo forte di questa terra. È la terra del Negroamaro. Vitigno autoctono, dagli acini scuri e robusti, ha fornito in passato il vino da taglio per le grandi etichette del Nord Italia, quasi rinnegato dal proprio territorio, misconosciuto nelle potenzialità, rinnegato nel valore. Già Vittorio Bodini, nello scritto “Squinzano, vino a Milano”, getta una luce sulla situazione della vitivinicoltura salentina degli anni Cinquanta. Tra prosa e poesia, tra rabbia e rassegnazione il cantore del barocco parla della condizione del contadino che, pur faticando tra i campi e tra i torchi vinari, quasi ripudia i propri prodotti, come un padre che rinneghi il figlio ingrato. Scrive Bodini: «È probabile, è molto probabile che un contadino di Squinzano non riuscirebbe a riconoscere nel vino che si beve con questo nome in Italia il vino della sua terra, che è fortissimo, sui sedici e persino sui diciotto gradi, ed ha un cupo spessore in cui esalano i zolfi dei diavoli conficcati nelle profondità di questo suolo». Solo a partire dagli anni Ottanta, ad opera di alcuni oculati imprenditori quali De Castris di Salice Salentino e Taurino di Guagnano, il vino prodotto dai vitigni del Negroamaro inizia ad essere imbottigliato nel

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Jennifer Preite Contatta »

Composta da 155 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2099 click dal 26/11/2009.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.