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La conciliazione nel lavoro privato e pubblico

Informazioni tesi

  Autore: Pierangela Romanello
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Giovanni Cosi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 109

La conciliazione, in termini giuridici, è un negozio atipico di natura contrattuale, derivante dalla sintesi di diversi negozi.Il legislatore, per risolvere il problema dei lunghi processi, introdusse nel 1998 il tentativo obbligatorio di conciliazione e ciò avvenne anche nel diritto del lavoro.Il diritto del lavoro ha da sempre dimostrato una sua attitudine alle forme di soluzione delle controversie, che si realizzano al di fuori della giurisdizione statale.Oramai il tentativo di conciliazione è una condizione di procedibilità, il vedo problema è che sia i sindacati, sia i funzionari della DPL, sia le parti continuano a considerare la conciliazione non come uno strumento efficiente e fondamentale, ma come una sorta di "perdita di tempo".

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3 Introduzione. La conciliazione, in termini giuridici, è un negozio atipico di natura contrattuale, derivante dalla sintesi di diversi negozi. All’interno del quale uno o più soggetti, al termine di un procedimento che prevede l’intervento di un terzo investito del compito di agevolare lo svolgimento del negoziato, risolvono una controversia, di fatto o di diritto, facendosi delle concessioni, rinunzie e riconoscimenti 1 . Questa procedura stragiudiziale, in quanto mezzo particolarmente idoneo a instaurare un dialogo tra le parti, consente la presa di coscienza di problemi permettendo di raggiungere delle soluzioni ottimali e perseguire il migliore possibile interesse, in cui si dovrebbe sostanziare l’attività lavorativa. Il nostro paese ha da anni il problema della lunga durata dei processi e l’unico settore processuale leggermente migliore era proprio quello del lavoro. L’Italia ha subito una serie di sanzioni a livello europeo, la più esemplare è data dalla condanna al pagamento a favore di un dipendente pubblico di diciottomila euro, a titolo di danno morale, oltre a duemila euro, per le spese legali. La condanna suddetta è motivata dalla violazione del termine ragionevole di durata di un processo promosso da un pubblico dipendente, avente ad oggetto la retrodatazione dell’anzianità di servizio ed il pagamento dei crediti di lavoro. Il giudizio in esame è durato dodici anni e due mesi 2 . A parte questo caso limite, la durata media di un giudizio dinanzi al Tribunale Civile, in funzione del giudice del lavoro, sull’intero territorio nazionale è di circa cinque anni. L’espandersi della litigiosità non può trovare come unica causa quella della grande facilità di accesso al giudice e della scarsa valorizzazione dell’istituto della conciliazione, ma è sicuro indice di un 1 AA. VV. “ Transazione, arbitrato e risoluzione alternativa delle controversie – appalto – opere pubbliche – condominio – locazione – lavoro privato e pubblico – mediazione – agenzia – famiglia – successioni – conciliazione – notariato – impugnazione – diritto trasnazionale ”, Utet, Torino, 2006, p. 574. 2 Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo, sent. 19 febbraio 2002 n. 26207/00, in http://www.dirittiuomo.it

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