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Relazione tra farmaci ipoglicemizzanti e fratture in pazienti diabetici di tipo 2: uno studio caso-controllo

Informazioni tesi

  Autore: Matteo Monami
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Geriatria
Anno: 2003
Docente/Relatore: Niccolò Marchionni
Istituito da: Università degli Studi di Firenze
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

Il diabete mellito di tipo 2 è associato ad un aumentato rischio di fratture anche in assenza di una marcata riduzione della densità ossea . Numerosi fattori tra i quali le complicanze diabetiche, un elevato grado di comorbilità, le cadute accidentali possono contribuire ad aumentare il rischio di fratture, così come modificazioni intrinseche dell’osso, nel senso di una “peggiore qualità” a parità di densità ossea.
La terapia con farmaci ipoglicemizzanti può contribuire ad aumentare il rischio di fratture con diverse modalità. E’ stato osservato che l’incidenza di fratture nei soggetti affetti da diabete mellito in terapia con insulina esogena è maggiore rispetto ai diabetici non insulino-trattati, sebbene alcuni studi mostrino risultati discordanti; questo potrebbe essere attribuito ad un aumentato rischio di episodi ipoglicemici e di cadute con l’insulina. E’ però possibile che la terapia insulinica sia soltanto un marker di gravità della malattia e non un reale fattore di rischio per fratture; va, infatti, considerato che la maggior parte degli studi disponibili spesso non tiene conto del grado di comorbilità che non rientra quasi mai tra i possibili fattori di confondimento in modelli di analisi multivariata;
Un recente studio epidemiologico ed uno studio pilota randomizzato controllato sembrano suggerire che l’utilizzo di agenti insulino-sensibilizzanti, quali i tiazolidinedioni (TZD), sia associato ad una diminuzione della densità ossea in donne in menopausa; dati concordanti derivano anche da un recente studio osservazionale retrospettivo che ha valutato le variazioni di densità ossea in uomini anziani affetti da diabete mellito di tipo 2. Ciò potrebbe spiegare l’aumentata incidenza di fratture in pazienti trattati con rosiglitazone osservata in un trial clinico randomizzato di ampie dimensioni e durata. I TZD, che agiscono come stimolatori del recettore nucleare PPAR-gamma, (Proliferator-Associated Receptor-gamma potrebbero ridurre la densità ossea attraverso l’inibizione della differenziazione e dell’attività degli osteoblasti. L’attivazione dei PPAR-gamma infatti, induce la differenziazione di cellule staminali multipotenti mesenchimali in adipociti, invece che in osteoblasti aumentando l’apoptosi di quest’ultimi. Inoltre l’effetto insulino-sensibilizzante dei glitazoni potrebbe ridurre i livelli circolanti di insulina e pertanto il suo effetto anabolico a livello osseo.
Se questa seconda ipotesi risultasse vera, anche altri agenti insulino-sensibilizzanti come la metformina dovrebbero essere associati ad un aumentato rischio di fratture. La maggior parte degli studi epidemiologici disponibili non ha valutato l’effetto dei singoli agenti ipoglicemizzanti sull’incidenza delle fratture, considerando tutti gli ipoglicemizzanti orali come un unico gruppo.
Sulla base di queste premesse, lo scopo del presente studio caso-controllo è quello di valutare il rischio di fratture associate all’esposizione ai diversi farmaci ipoglicemizzanti.

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2 INTRODUZIONE Il diabete mellito tipo 2 è una malattia cronica che rappresenta nel nostro paese uno dei maggiori problemi sanitari in quanto colpisce circa 2 milioni di persone con una prevalenza del 3-4% che è costantemente in aumento. Questo aumento della malattia è dovuto a vari fattori: progressivo invecchiamento della popolazione (la prevalenza del diabete aumenta infatti con l’età), maggiore sensibilità nei confronti della malattia, stile di vita sedentario e obesità. Il diabete di tipo 2 risulta infatti dall’interazione tra predisposizione genetica e fattori di rischio ambientali modificabili quali l’obesità e l’inattività fisica. TERAPIA DEL DIABETE MELLITO DI TIPO 2 TERAPIA NON FARMACOLOGICA La terapia medica nutrizionale, nonostante i continui progressi fatti in campo farmacologico, resta ancora oggi il cardine nella terapia del diabete tipo 2 con l’obiettivo di ottimizzare quanto più possibile il controllo glicemico. L’U.K.P.D.S. ha dimostrato chiaramente come un buon controllo glicemico si associa ad una riduzione delle complicanze microvascolari del diabete, quindi la terapia nutrizionale ottimizzando il controllo glicemico può modificare positivamente la prognosi a lungo termine della malattia diabetica (1). I pazienti diabetici di tipo 2 sono spesso in sovrappeso quando non francamente obesi, una perdita di peso è raccomandata per tutti i soggetti in sovrappeso ( BMI = 25.0-29,9 Kg/m2) o obesi ( BMI >30.0 Kg/m2) affetti da diabete tipo 2. Una moderata perdita di peso ( 5% del peso corporeo) migliora l’azione dell’insulina a livello dei tessuti periferici, riduce i livelli della glicemia e dell’insulinemia a digiuno (Williams KV 2000). La perdita di peso ha importanti effetti positivi anche su altri fattori di rischio cardiovascolare: riduce i valori di pressione arteriosa (He J 2000), migliora il profilo lipidico ( riduce i livelli di trigliceridi, colesterolo totale e LDL mentre aumenta le HDL) (Dattilo AM 1992; Albu J 1995; Hughes TA 1984), riduce i livelli sierici degli indici di flogosi (Tchernof A 2002; Ziccardi P 2002). Attualmente la prescrizione dietetica tiene conto dello stile di vita del paziente, delle influenze culturali ed etniche, delle abitudini alimentari e si propone come obiettivo principale quello di indurre un cambiamento nello stile di vita e nel comportamento alimentare garantendo una buona qualità di

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Parole chiave

diabete mellito di tipo 2
fratture
insulina
ipoglicemizzanti orali
osteoporosi
tiazolidinedioni

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