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Il minore dell'area penale e l'inserimento lavorativo nel percorso rieducativo

Informazioni tesi

  Autore: Giusy Barbaro
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze e tecniche della psicologia dello sviluppo e dell'educazione
  Relatore: Maria Garro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 90

La riforma del processo penale minorile, attuata con D.P.R. 22 settembre 1988 n.448 , rappresenta per la società un punto d’approdo rilevante; essa infatti ha segnato una svolta sia per quanto riguarda lo spirito con cui il deviante minorenne viene considerato dal tribunale sia per la stretta collaborazione istauratasi tra il sistema della giustizia e i servizi territoriali . Già l’art.6 definisce la necessità che il giudice si avvalga, in ogni stato e grado del procedimento, dei servizi minorili della giustizia e di quelli territoriali , nell’ottica dell’interprofessionalità; questa indicazione di legge attribuisce esplicito potere di intervento ai servizi sociali, che hanno l’obbligo di fornire al minore continua assistenza, affettiva e psicologica, considerando tutte le problematiche e le difficoltà che lui e il suo contesto di appartenenza possono incontrare in ogni fase del procedimento .
Questa riforma ha garantito al minore non solo un proprio giudice specializzato
(il Tribunale per i Minorenni , competente in via esclusiva per tutti i reati commessi dal minore fino al diciottesimo anno di età), ma anche un suo proprio processo, regolato da norme diverse da quelle previste per il maggiorenne, perché attento alla sua personalità e alle esigenze del suo iter evolutivo . Questo processo, dunque, non è focalizzato sul reato ( come avviene per il maggiorenne ) ma sulla persona , sul soggetto in formazione al quale va riconosciuto il fondamentale diritto all’educazione e alla riservatezza, al mantenimento e al rispetto dei legami affettivi, al sostegno e alla protezione, anche se indagato, imputato o riconosciuto colpevole del più grave dei reati . Ne deriva che il sistema giudiziario minorile non può che essere un sistema aperto, che contrasta il fenomeno della delinquenza minorile nella sua globalità, attivando le risorse del territorio e mirando, più che alla punizione del minore che ha infranto la legge, alla presa di coscienza da parte di quest’ultimo delle regole sociali e alla revisione critica del comportamento – reato, per la scelta di uno stile di vita diverso e conforme ai valori condivisi, o almeno adeguato a parametri minimi di accettabilità sociale .
Questa è la filosofia sottesa a tutto il codice di procedura penale minorile, la stessa da cui prende spunto il presente elaborato il quale focalizza l’attenzione sul minore che entra nell’area penale, sull’attuale impianto operativo e organizzativo del Sistema Giustizia Minorile , per passare infine ad una chiave di lettura che taglia trasversalmente l’analisi delle norme : l’intervento socio-educativo che coinvolge gli operatori della giustizia minorile e il reo in progettualità di crescita e di sviluppo all’interno di un contesto di controllo .
In tal senso, il primo capitolo è dedicato all’evoluzione delle teorie che hanno maggiormente contribuito alla spiegazione dell’azione deviante e alle strategie di prevenzione della delinquenza che si sono sviluppate dagli anni settanta sino ad oggi .
Nello stesso capitolo verrà inoltre attenzionato uno dei concetti che ha ispirato i nuovi pensieri teorici sulla devianza, il concetto di carriera deviante. In generale, con tale espressione si fa riferimento a una sorta di percorso all’interno del quale si possono identificare tre momenti principali: la commissione del reato, l’essere riconosciuto deviante dalla società ed infine l’adesione ad un gruppo deviante organizzato. Si tratta, in effetti, di una sorta di evoluzione che conduce il giovane ad assumere, in maniera progressiva, le caratteristiche del delinquente .
Ad alimentare tutto ciò, concorrono spesso alcuni sistemi sociali- come la famiglia la scuola e il gruppo dei pari- anch’essi oggetto di approfondimento all’interno di questo percorso .
Il secondo capitolo è centrato sul ruolo dei Servizi Minorili dell’Amministrazione della giustizia, così come previsti dal D.P.R. 448/88.
Sempre in questo capitolo, inoltre sarà delineato un excursus sui modelli di giustizia e in riferimento ad essi verranno illustrate le varie misure riservate ai minori .
Infine il terzo, ed ultimo, capitolo è dedicato all’inserimento lavorativo del reo, inteso come percorso rieducativo . Tutto ciò viene organizzato mediante un progetto educativo, stipulato dagli operatori della giustizia minorile, e adattato alle reali risorse dell’ambiente di provenienza del minore e alle esigenze del minore stesso. L’obiettivo principale è che, attraverso una sperimentazione di comportamenti vincolati dall’intervento, si cerca di produrre funzionalità più estese che consentiranno al minore di trarre, attraverso un fare positivo , vantaggi per contrastare il comportamento di tipo deviante.

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Capitolo 1 Devianza e delinquenza minorile 1.1 I contributi teorici sulla devianza. Il termine devianza deriva dal latino deflexere, ossia deviare, allontanarsi dalla norma e da ciò che è giusto. Attualmente questo termine possiede numerosi significati perché si riferisce a tutti quei “comportamenti accomunati dallo scostamento rispetto a norme stabilite o a normalità statistiche ” (De Leo , Patrizi, 2002 , 7). Ma il contesto al quale, qui, si collega il temine devianza fa riferimento al complesso di norme codificate (codice penale) che stabilisce quali comportamenti debbano essere considerati delinquenziali o criminali (Ibidem, 2002). Ma perché si verifica la devianza? Quali sono i motivi a causa dei quali determinati comportamenti si discostano dai valori comuni e subiscono le sanzioni ? Prima di trattare nello specifico questo fenomeno, si vuole tracciare una sintesi sull’evoluzione del pensiero scientifico dall’ ottocento sino ad oggi (Parenti, Pagani, 1968). Nella storia della criminologia si possono individuare tre indirizzi predominanti : ξ L’indirizzo antropologico, che si fonda sul principio positivista delle diversità per ragioni di patologia , di disfunzione o quale che sia disturbo , e con approccio medico-organicistico identifica nel corpo gli elementi causali della condotta criminosa; il deviante è, pertanto, colui che può essere catalogato come epilettico, paranoide, schizoide e così via (Cavallo, 2002). ξ L’indirizzo psicologico, che spiega il comportamento deviante come espressione dell’animo, studiando, dunque, la condotta criminosa come qualsiasi altra condotta umana, governata dagli stessi meccanismi che regolano il comportamento normale . Ciò che conduce l’individuo al reato non è il danno organico, ma l’inadeguatezza della sua evoluzione psicologica , della relazione con le figure di riferimento nei primi anni , in quanto la distorsione di quelle relazioni primarie determinano danni alla formazione di personalità che, nell’età dell’adolescenza, possono manifestarsi attraverso condotte devianti (Ibidem, 2002). 2

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