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''Le voci di dentro''. Percorsi e metodologie del teatro in carcere in Emilia Romagna

Informazioni tesi

  Autore: Lisa Fiaschi
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Lettere
  Corso: Lingue straniere per la comunicazione internazionale
  Relatore: Vittorio Iervese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 183

La nostra attenzione si è rivolta all’area della detenzione, poiché le esperienze teatrali che hanno luogo all’interno delle carceri, ma anche negli ospedali psichiatrici, nelle comunità di recupero o negli ospedali, ci pongono degli interrogativi essenziali, tutti da indagare e comprendere. Inoltre, in questo lavoro si cercherà di andare oltre quell’approccio, abbastanza diffuso, che potremmo definire “clinico” o “pedagogico”, in cui il teatro viene considerato come mezzo ausiliario per la cura o per la crescita cognitiva ma soprattutto sociale dei partecipanti.
Il cosiddetto teatro sociale, infatti, detto anche teatro di comunità o teatro educativo, costituisce probabilmente la nuova frontiera del teatro, ma, secondo anche la definizione che viene data dalla legge, come vedremo, secondo cui l’esperienza teatrale all’interno dell’ambito sociale debba avere caratteristiche “trattamentali”, questa pratica viene spesso legata ad approcci e tecniche convenzionali.
Proprio analizzando le varie metodologie professionali sulle quali si può fondare l’attività teatrale in carcere, abbiamo osservato che alcune di queste tecniche sono molto vicine all’approccio clinico ed utilizzano il mezzo teatrale come strumento terapeutico; altre tecniche tendono ad occuparsi dei gruppi, delle comunità e di quei comportamenti sociali che attraverso il teatro possono essere cambiati, portando ad un miglioramento delle condizioni di vita del gruppo stesso e delle capacità di socializzazione dei singoli; altre ancora, infine, prestano attenzione alla persona e a riattivare o migliorare le sue possibilità di autoespressione. Come vedremo più ampiamente nel corso del presente lavoro, queste tre metodologie si affiancano e vanno di pari passo con le tre tipologie di aspettative che si attendono all’interno di una comunicazione e quindi anche all’interno della comunicazione teatrale.
Il teatro in carcere può essere, infatti, un importante strumento nelle mani dei detenuti.
Il carcere cancella l’identità culturale delle persone detenute mentre il teatro interviene fortemente e agisce sui carcerati attraverso la memoria e il dialogo, che sono i suoi presupposti fondamentali. Per approfondire meglio come il carcere agisca sull’individualità di chi ne entra a far parte, ad un certo punto della propria vita, è utile esaminare le teorie di Michel Foucault riguardo la costituzione del soggetto e la funzione del carcere nell’età moderna, esplicitate nel suo testo fondamentale, Sorvegliare e punire: nascita della prigione . Per Foucault quello che porta alla nascita del carcere è un’operazione che egli definisce di partage, cioè di separazione: nell’Ottocento, per arginare la criminalità, questa operazione separa i cittadini per bene dai criminali e per marcare questo confine vengono istituite le carceri, dove vengono appunto isolati i delinquenti. Il carcere nasce dunque come luogo di isolamento. In realtà, sostiene sempre Foucault , il carcere non ha niente a che vedere con la funzione sociale e di recupero che gli si vuole attribuire, anzi, al contrario è una vera e propria fabbrica di delinquenza che non è capace di combattere il crimine ma, al contrario, lo incrementa. Ma questo ha poca importanza perché comunque il cittadino per bene si sente sicuro grazie a questa divisione sociale che è stata fatta tra gli onesti ed i disonesti.

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4 INTRODUZIONE Credo che tutto il nostro lavoro sia legato alle parole “limite” e “resistenza”. […] Entrare nel carcere significa verificare il limite. Anche nel mondo esterno al carcere c’è limite, ma lì dentro si visualizza e si concretizza in modo abnorme: il teatro diventa lo strumento per combattere questo limite. Il limen è la situazione che ci permette di creare un gruppo, di inventare delle relazioni fra noi e le persone lì dentro, la base più importante del nostro lavoro. È evidente, allora, che il teatro funziona anche come educazione, terapia, sebbene si tratti di risultati ottenuti indirettamente e non di obiettivi. L’obiettivo è confrontarsi con i limiti che si trovano dentro e nel lavoro teatrale. [Armando Punzo, Limite e resistenza] Il presente lavoro si propone di indagare gli aspetti specifici di quella forma teatrale, cresciuta molto in questi ultimi anni, che si pone tra il palcoscenico e il sociale, termine quest’ultimo che viene normalmente associato al disagio psichico, all’handicap fisico, alla detenzione, all’emarginazione. La nostra attenzione si è rivolta all’area della detenzione, poiché le esperienze teatrali che hanno luogo all’interno delle carceri, ma anche negli ospedali psichiatrici, nelle comunità di recupero o negli ospedali, ci pongono degli interrogativi essenziali, tutti da indagare e comprendere. Inoltre, in questo lavoro si cercherà di andare oltre quell’approccio, abbastanza diffuso, che potremmo definire “clinico” o “pedagogico”, in cui il teatro viene considerato come mezzo ausiliario per la cura o per la crescita cognitiva ma soprattutto sociale dei partecipanti. Il cosiddetto teatro sociale, infatti, detto anche teatro di comunità o teatro educativo, costituisce probabilmente la nuova frontiera del teatro, ma, secondo anche la definizione che viene data dalla legge, come vedremo, secondo cui l’esperienza teatrale all’interno dell’ambito sociale debba avere caratteristiche “trattamentali”, questa pratica viene spesso legata ad approcci e tecniche convenzionali. Il cosiddetto teatro sociale, invece, essendo per sua natura una forma d’arte che si rivolge agli emarginati, ai “diversi”, ai “mostri”

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