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Il costume parla. Espressività del costume nel cinema muto

Informazioni tesi

  Autore: Benedetta Stazzoni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze e tecnologie delle arti figurative, musica, spettacolo e moda
  Relatore: Rodolfo Bargelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 84

L'apporto del costume in un progetto cinematografico ricopre un ruolo fondamentale. Aiuta a definire, a modellare il carattere e l'indole del personaggio, oltre ad aiutare la contestualizzazione storico-spaziale dell'intera opera. Alle origini del cinema, specialmente nel breve periodo in cui i film veri e propri vedono la luce (1915-1927), il costume è parte di un linguaggio ancor più basilare, non avendo ancora gli attori la possibilità della parola. Il progetto di tesi va a ricercare alle origini la concezione del costume, concentrandosi soprattutto sulle produzioni cinematografiche di Germania, Italia e Stati Uniti, e termina con un'analisi approfondita (sempre dal punto di vista costumistico) di tre film-simbolo dei tre paesi: Der Buchse der Pandora, Rapsodia Satanica, Flesh and the devil.

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Introduzione Non importerebbe ribadire ancora una volta di quale entità sia il contributo (già usare questo termine è riduttivo) del costume in una produzione cinematografica. Eppure, chiunque si accinga -esperti o dilettanti, studiosi o appassionati- a parlarne, sente il bisogno di spendere parole per avvalorare questa tesi. Poiché esiste ancora, da parte dei non addetti ai lavori, una sorta di misconoscenza ,o, meglio, di noncuranza in tale campo (eccezion fatta per i film in costume, quelli incentrati sulla moda o che fanno leva sullo sfarzo degli abiti). Ancora una volta, rischiando il suo apporto è imprescindibile e fondamentale in qualsivoglia progetto, come del resto lo è la scenografia stessa, la fotografia e così via. Per affermare l'importanza della loro figura, i costumisti hanno dovuto affrontare un percorso non poco difficoltoso. Basti come esempio il premio Oscar, istituito nel 1928 e concesso ai migliori costumi solo dal 1948. Inoltre è scandalosamente esigua la saggistica dedicata all'argomento, e più ci si addentra tra le origini del cinema e più le informazioni risultano, senza esagerazioni, inesistenti. Studiare il periodo del muto oggi significa inoltrarsi in un mondo quasi del tutto scomparso, ma fondamentale, che continua ad influenzare le produzioni contemporanee, più o meno direttamente. Dopo averlo relegato in sporadiche, sperdute rassegne per cultori, si guarda oggi alla sua forza visiva con nostalgia, rivalutandone il potere evocativo ed espressivo, dedicandogli studi, saggi, festival -molto più frequenti ed estesi-. Il cinema muto è oggi continuamente soggetto di omaggi, citazioni o riprese. Oltre a esperimenti semiseri, è il caso di Silent Movie (M. Brooks, 1976) o del più che eloquente Dr.Plonk (De Heer, 2007), il silenzio è un fil rouge che caratterizza il lavoro di importantissimi cineasti: Antonioni e Bergman su tutti, o Herzog e Haneke, nonché molti orientali, come Kitano o Kar Wai. 2

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