Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

IPT, BST, ACT e CBT: quattro psicoterapie ''brevi'' a confronto

Questo lavoro vuole mostrare, da un punto di vista teorico, le differenze e le analogie tra psicoterapia interpersonale (IPT), breve strategica (BST), cognitivo-comportamentale (CBT) e l’ACT e, attraverso la presentazione di un caso clinico, trattato principalmente attraverso l’IPT, offrire un esempio di possibile integrazione fra i modelli di riferimento.

Mostra/Nascondi contenuto.
IPT, BST, ACT e CBT: quattro Psicoterapie “brevi” a confronto 1 INTRODUZIONE Volendo utilizzare un’espressione psicoanalitica, si potrebbe dire che lo psicoterapeuta guarda al paziente come ad un oggetto intero e non parziale, il che equivale a dire che l’attenzione deve essere focalizzata non solo sul sintomo e sulla malattia, ma sull’individuo che ne è portatore. Sebbene questo semplice assioma, alla base di ogni lavoro clinico, sia consensualmente riconosciuto, la sua attuazione pratica sembra essere alquanto difficoltosa. Non solo. La situazione è complicata dal fatto che il modo di guardare varia sensibilmente in base all’approccio teorico di riferimento, alle caratteristiche dei due soggetti coinvolti e alle dinamiche della relazione terapeutica interpersonale. Proviamo ad immaginare il racconto che il paziente fa della propria storia di vita come una sorta di filmato cinematografico, rivisto alla moviola. Non importa, entro certi limiti, se ciò che viene mostrato sia corrispondente o meno alla realtà oggettiva, poiché il presupposto costruttivista ha evidenziato come ci siano tante verità diverse per quante persone esistono. L’oggetto di osservazione del clinico è di fatto un simulacro! “Simulacro” significa “parvenza, immagine lontana dal vero”, ed è connesso al simulare, che è “fingere, far parere qualcosa che in realtà non c’è”. Le parole del paziente si riferiscono ad una realtà (quella passata, presente e futura) ipotetica, intangibile, sia perché gli episodi raccontati dal paziente potrebbero non essere corrispondenti ad una realtà “oggettiva” e, quindi, essere frutto di una sua rielaborazione travisata dei fatti, sia perché il terapeuta si serve di “benefici imbrogli” per raggirare le resistenze del paziente, con l’obiettivo di guidare la persona nel processo di costruzione di una “realtà inventata”, che, tuttavia, produce effetti concreti. Il nostro potere di intervento è limitato a una modificazione di un punto di vista (quello del paziente) sulla realtà, al fine di renderlo non più veritiero o normale, ma semplicemente più funzionale al suo benessere. Ma quali strumenti e capacità deve avere un terapeuta per rendere possibile questa variazione di prospettiva? Su quali elementi del paesaggio storicizzato occorre focalizzare l’attenzione? Quali aspetti della rappresentazione della realtà sono stati evidenziati dal nostro protagonista e quali sono stati ignorati? Quali personaggi giocano un ruolo chiave e quali non sono stati nemmeno “ripresi”? E perché? Non solo. Offrire una chiave di lettura alternativa è condizione necessaria ma non sufficiente al cambiamento. Occorre, infatti, che il paziente accolga e faccia propria la nuova rappresentazione della realtà, nutrendo l’illusione di averla “creata”. È fondamentale, a tal fine, che la persona si senta protagonista attiva del cambiamento e non mero ricettacolo di una presunta “verità”, veicolata gerarchicamente dall’alto.

Tesi di Master

Autore: Felicita Dell'Aquila Contatta »

Composta da 43 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2748 click dal 26/07/2010.

 

Consultata integralmente 2 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.