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Studio Mineralogico sulle Vulcanoclastiti del Monte di Vezzi di Ischia (NA)

Oggetto di studio di questo lavoro di tesi è la problematica inerente i fenomeni franosi, sottoforma di colate, che coinvolgono le coltri piroclastiche dei rilievi costituenti l’Appennino campano e quelli facenti parte dell’isola di Ischia. In particolare, si mira a verificare se esiste una relazione tra la composizione mineralogica di questi materiali e le loro predisposizioni ad essere interessati da tali fenomeni distruttivi. Gli studi in esame si ricollegano a quanto già affrontato da vari gruppi di ricerca riguardo le coperture piroclastiche dei rilievi di Sarno ed Ischia. Per quanto concerne la situazione del Sarnese è stato messo in risalto come le particolari condizioni stratigrafiche, caratterizzate da livelli pomicei piuttosto potenti, e la natura dei materiali di trasformazione della frazione vetrosa (minerali argillosi o short-range come le allofani) possano giocare un ruolo determinante nella predisposizione dei terreni a dar luogo a colate in occasione di eventi piovosi particolarmente intensi. Con lo studio in questione si sono volute approfondire le conoscenze sulle caratteristiche delle vulcanoclastiti del Monte di Vezzi interessate dall’evento franoso verificatosi il 30 Aprile 2006 lungo il versante nord-occidentale mirando ad una caratterizzazione mineralogico e pedologica della successione vulcanoclastica.

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Capitolo 1 – Colate piroclastiche in Campania 1.1 Fenomeni franosi interessanti le coperture piroclastiche dei rilievi campani In una considerevole parte della Campania, gli scivolamenti - valanghe - colate di detrito vulcanico sono purtroppo fenomeni piuttosto comuni a seguito di precipitazioni intense e/o prolungate. Ciò è da mettere in relazione alla peculiare resistenza al taglio di molti suoli vulcanici campani non saturi, derivanti da ceneri e/o pomici da caduta e da flusso, laddove essi sono ancora nella loro posizione primaria: questa, derivando in gran parte da suzione (OLIVARES & PICARELLI, 2001, 2003; BILOTTA et alii, 2005), può permettere loro di sopportare pendenze anche molto elevate per lunghi periodi, ma anche rapidamente decrescere durante le precipitazioni e causare frane, come testimoniato dalle evidenze geomorfologiche, dagli archivi e da fenomeni recenti e ben documentati. Tra i meccanismi che sono stati ipotizzati circa l’innesco, da parte delle precipitazioni, di frane nei suoli vulcanici, a partire da CELICO et alii (1986), ci sono oggi anche evidenze sperimentali, sia relative al complesso regime di variazioni delle pressioni neutre nelle coltri di suolo e negli ammassi rocciosi sottostanti (negli Stati Uniti di NW: TORRES et alii , 1998; MONTGOMERY et alii , 2002), sia relative alla possibilità di raggiungimento di condizioni di equilibrio limite, all’interno di “sandwich” di suoli vulcanici campani non saturi e fortemente inclinati, quando fenomeni di deflusso subsuperficiale, indotti dalle precipitazioni, fanno aumentare il loro peso per unità di volume e contemporaneamente diminuire, almeno localmente, la coesione apparente derivante da legami di suzione, fino a una condizione in cui la resistenza al taglio eguaglia gli sforzi di taglio (OLIVARES & PICARELLI, 2001, 2003; BILOTTA et alii , 2005). A seguito della rottura – scivolamento, che generalmente coinvolge modesti volumi, parte del volume dei pori del suolo diminuisce, causando localmente saturazione, comparsa di pressioni neutre positive e liquefazione (ELLEN & FLEMING, 1987; FLEMING et alii , 1989; ECKERSLEY, 1990; FLEMING & JOHNSON, 1994; HUNGR et alii , 2001; OLIVARES & PICARELLI, 2001, 2003; BILOTTA et alii , 2005). In Campania, la larghezza di una percentuale significativa di frane di questo tipo che sono avvenute in passato in suoli vulcanici presenti su rilievi carbonatici (CROSTA & DAL NEGRO, 2003; DI CRESCENZO & SANTO, 2005; 1

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali

Autore: Marco Santonastaso Contatta »

Composta da 65 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.