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Pratica sportiva, appartenenza e cittadinanza: il caso degli oriundi nel rugby

Informazioni tesi

  Autore: Tiziana Palazzo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Mediazione Linguistica e Culturale
  Corso: Scienze della mediazione linguistica
  Relatore: Mario De Benedittis
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 105

Degli oriundi nel rugby si sa piuttosto poco, o forse si sa ma non se ne parla molto, perché sembra non abbiano molto da dire. Eppure, doveva esserci qualcosa dietro, un qualcosa di profondo ed estremamente fecondo. Ecco che l’unico modo per scoprirlo poteva concretizzarsi nella ricerca etnografica sul campo.
Lo studio si struttura, infatti, secondo i criteri dell’intervista biografica così come è intesa da Bertaux, Bichi e Kaufmann. Ascolteremo, così, i racconti di vita di sei rugbisti oriundi. Tutte le interviste, trascritte ed analizzate, saranno integrate e supportate da riferimenti bibliografici tanto in materia di sport, come in materia di diritti del cittadino immigrato e di comunità d’appartenenza identitaria.

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1 INTRODUZIONE La migrazione a motivo sportivo è una pratica a tutt’oggi generalizzata ed ampiamente diffusa. Ne riscontriamo, dunque, gli effetti anche in ambiti come il calcio e il rugby. La sociologia delle migrazioni e dello straniero è diventata uno strumento attualmente irrinunciabile per comprendere i fenomeni di spostamento nelle società contemporanee. Ecco che la sociologia dello sport si trova essa stessa a dover fare i conti con le proprie migrazioni: occorre, perciò, una collaborazione diretta tra le due discipline. Il mondo del rugby, così come lo conosciamo in Italia, si vede ben attraversato da queste logiche a proposito dei cosiddetti giocatori “oriundi”. Sapevo del grosso impiego dei giocatori con la doppia cittadinanza nei campionati, tant’è che improvvisamente, proprio pensando alla nazionale italiana di rugby, una passione che coltivavo - prima solo saltuariamente - da qualche tempo, mi sono venuti alla mente parecchi interrogativi. Pensavo e ripensavo a nomi e cognomi di personalità come Sergio Parisse, il capitano, nato a La Plata, Martín Castrogiovanni, Matias Agüero, Gonzalo Canale, Pablo Canavosio, Carlos Nieto, ma anche Luke McLean, Kaine Robertson e così via. Pensavo e mi chiedevo il motivo, di tutti questi, soprattutto argentini, anche perchØ sapevo bene che la nazionale dei Pumas è una delle piø forti al mondo. Non solo, mi chiedevo quale fosse la ragione per cui uno sportivo con ben due cittadinanze e possibilità, volesse scegliere proprio l’Italia, un posto in cui, in ogni caso, il rugby non raduna le grandi folle del calcio. Un posto, poi, dove in generale lo straniero non sembra essere sempre accolto come il benvenuto ed invitato a restare. Mi chiedevo, persino, se fosse un vantaggio o uno svantaggio appartenere contemporaneamente a due mondi diversi, sempre se non si sentissero legati univocamente a uno o all’altro. Degli oriundi si sa piuttosto poco, o forse si sa ma non se ne parla molto, perchØ sembra non abbiano molto da dire. Eppure, doveva esserci qualcosa dietro, un qualcosa di profondo ed estremamente fecondo. Ecco che l’unico modo per scoprirlo poteva concretizzarsi nella ricerca etnografica sul campo. Lo studio si struttura, infatti, secondo i criteri dell’intervista biografica così come è intesa da Bertaux, Bichi e Kaufmann. Ascolteremo, così, i racconti di vita di sei rugbisti oriundi, di cui cinque italo-argentini e uno italo-venezuelano, appartenenti ad una squadra di livello internazionale e ad una squadra di serie A. Ad essi si aggiungeranno le testimonianze “esterne”, ottenute per mezzo di interviste semi-strutturate, del team manager di una delle due squadre e di un portavoce della Federazione Italiana Rugby.

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