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"Il Lavoro" di Genova negli anni dell'ascesa di Craxi 1975-1985

Informazioni tesi

  Autore: Francesco Abondi
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Marina Milan
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 129

Questo lavoro di ricerca si propone di analizzare le travagliate vicende di un quotidiano genovese, “Il Lavoro”, nel difficile decennio che va dal 1975 ed arriva al 1985. La ricerca si apre con una sintetica storia delle origini de “Il Lavoro”, nato nel 1903 grazie ad una sottoscrizione dei portuali genovesi ed all’intraprendenza del socialista Giuseppe Canepa. Conclude il primo capitolo la figura di Sandro Pertini, paladino e bandiera dell’antifascismo, colto qui in una delle sue imprese solo apparentemente meno eroiche: la ventennale direzione de “Il Lavoro”. Il secondo capitolo apre una lunga parentesi sul Partito socialista italiano e sulla sua ramificazione genovese: si è ritenuto indispensabile, infatti, tracciare i confini ambientali entro cui “Il Lavoro” si muove. Il PSI conosce cambiamenti epocali, sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello dell’insediamento sociale, mentre il segretario Bettino Craxi capovolge i tradizionali canoni della comunicazione politica.
A Genova, invece, il vento del cambiamento fatica ad affermarsi, vuoi per la mancanza di una figura che sovrasti politicamente le altre, vuoi per una sensibilità diversa degli elettori: il socialismo ligure risulta così bloccato in una perenne lotta fratricida tra le diverse fazioni più ancorato al suo passato che al suo futuro.
I capitoli 3 e 4 sono interamente dedicati al racconto delle vicende de “Il Lavoro”; da un punto di vista logico esse costituiscono un continuum, ma, per facilitarne la lettura, si è preferito dividerle in due parti.
Il terzo capitolo si apre con un’indagine sulle caratteristiche socio-economiche dei lettori de “Il Lavoro” sulla base di una ricerca condotta da Chito Guala nel 1976, per poi arrivare fino al 1980. È questo il periodo in cui il giornale precipita in una grave crisi finanziaria che lo porta a svincolarsi dalla Federazione genovese del PSI per costituirsi in cooperativa, mentre al direttore Paolo Vittorelli succede Ugo Intini e poi ancora Cesare Lanza. Proprio sotto la direzione di quest’ultimo inizia un progetto teso a trasformare “Il Lavoro” in un quotidiano meno impegnato, di più semplice lettura, a tutto danno di un’informazione seria e completa. Il tentativo subisce una brusca interruzione a causa di un nuovo cambio di proprietà.
Il quarto ed ultimo capitolo si intitola 1980-1985: il tracollo de “Il Lavoro”, è questa una frase che può apparire troppo forte, eccessivamente azzardata. Ha, invece, un’ottima ragion d’essere, determinata ancora una volta da uno dei tanti, troppi contrasti di cui ha sempre vissuto Salita Dinegro: nel 1979 il quotidiano entra nella galassia Rizzoli, florido e potente colosso editoriale e sorprendentemente entra in crisi una seconda volta. Quella della Rizzoli, infatti, è una ricchezza di cartapesta, destinata a crollare, che si regge su bilanci falsificati e losche amicizie. Nel momento in cui scoppia lo scandalo P2 “Il Lavoro” ha una nuova e prestigiosa sede amministrativa; Giuliano Zincone, direttore tra il 1979 ed il 1981, si è appena dimesso, avendo appena saggiato lo stile Gelli in occasione del rapimento del giudice D’Urso. Da quel momento il giornale viene abbandonato al suo destino, le professionalità dei suoi lavoratori svilite. Il ritorno di Cesare Lanza, questa volta anche editore oltre che direttore, provoca in redazione un vero e proprio conflitto, caratterizzato da non pochi drammatici ed anche grotteschi episodi. Gli sforzi per risollevare il quotidiano –concorsi a premi e feste, ma anche inedite aperture al gossip- non danno esito ed “Il Lavoro” si avvia verso la scomparsa come testata autonoma.
Chiude la ricerca un’appendice con una selezione di alcuni articoli tra i più significativi pubblicati sul giornale nel decennio considerato.
Fatto singolare, la letteratura riguardante le più recenti vicende di Salita Dinegro è a dir poco scarna, mentre i contributi più rilevanti hanno interessato il periodo 1903- 1945. La strada obbligata, allora, ha condotto ad un approfondito esame dell’edizione genovese de “Il Lavoro”, reperita in forma cartacea.
L’ipotesi di partenza di questo lavoro intende dimostrare la progressiva divergenza politica, ma anche culturale, tra i lettori de “Il Lavoro” e l’elettorato socialista craxiano. È questa un’ipotesi che risulta confermata: non si spiega altrimenti il fallimento del progetto di Lanza, craxiano dichiarato, teso a mutare geneticamente il pubblico di riferimento del giornale, attraverso una massiccia iniezione di argomenti “frivoli” in netta controtendenza alla tradizione del quotidiano. Il disegno non riesce, in parte a causa della particolarità della società genovese, dominata dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista, in parte perché il nuovo corso del PSI in Liguria si arena di fronte al persistere di un’accesa lotta tra correnti e ad una serie ininterrotta di scandali politici che falcidiano il partito.

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4 Introduzione Questo lavoro di ricerca si propone di analizzare le travagliate vicende di un quotidiano genovese, “Il Lavoro”, nel difficile decennio che va dal 1975 ed arriva al 1985. Quegli anni risultano essere densi di avvenimenti e ricchi di contrasti; l’Italia galleggia tra democrazia bloccata e pericolo eversivo, tra crisi economica e boom del Made in Italy, tra affollate logge segrete, diffuso malaffare e magistrati che indagano, per lo più in solitudine. È il Paese della Milano da bere, dove, girato l’angolo, ti imbatti nelle fabbriche in liquidazione. Genova conosce soprattutto il secondo aspetto e, volente o nolente, dovrà reinventare la sua identità. La ricerca si apre con una sintetica storia delle origini de “Il Lavoro”, nato nel 1903 grazie ad una sottoscrizione dei portuali genovesi ed all’intraprendenza del socialista Giuseppe Canepa. Sarà per decenni il giornale dei lavoratori, non solo quelli del porto, manterrà orgogliosamente, fino al 1945, la sua autonomia dal PSI e sfiderà la repressione fascista, arrivando ad essere, proprio negli anni trenta del Novecento, il primo quotidiano cittadino per diffusione. Conclude il capitolo la figura di Sandro Pertini, paladino e bandiera dell’antifascismo, colto qui in una delle sue imprese solo apparentemente meno eroiche: la ventennale direzione de “Il Lavoro”. È proprio con Pertini che per Salita Dinegro iniziano i problemi, difficoltà testimoniate dal sorpasso de “Il Secolo XIX” in termini di copie vendute. Il secondo capitolo apre una lunga parentesi sul Partito socialista italiano e sulla sua ramificazione genovese: si è ritenuto indispensabile, infatti, tracciare i confini ambientali entro cui “Il Lavoro” si muove. Il PSI conosce cambiamenti epocali, sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello dell’insediamento sociale, mentre il segretario Bettino Craxi capovolge i tradizionali canoni della comunicazione politica. A Genova, invece, il vento del cambiamento fatica ad affermarsi, vuoi per la mancanza di una figura che sovrasti politicamente le altre, vuoi per una sensibilità diversa degli elettori: il socialismo ligure risulta così bloccato in una perenne lotta fratricida tra le diverse fazioni più ancorato al suo passato che al suo futuro.

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