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Assistente sociale tra politica e servizi

L'obiettivo di questa tesi è esaminare il ruolo professionale dell'assistente sociale nel complesso quadro normativo Italiano, cercando di portare alla luce le delicate peculiarità insite al servizio sociale, in contrapposizione ai limiti reali ed agli ostacoli presenti nel contesto, sia di natura istituzionale, sia di tipo relazionale e comunicativo, in un'ottica di rete.
Nel corso dell'elaborato si è tentato di sottolineare la particolarità della professione e del difficile equilibrio che si instaura tra, la pratica vera e propria degli interventi a favore dell'utente singolo o della comunità intera, le risorse effettivamente disponibili sul territorio, ma soprattutto lo spazio di autonomia che all'assistente sociale viene lasciato per contribuire, con le altre figure presenti sul territorio, alla creazione del servizio.
Tali risorse molto spesso sono scarse e l'assistente sociale si trova ad affrontare situazioni molto intricate, prendere decisioni in poco tempo, influenzando, di fatto, la vita degli utenti.
L'assistente sociale e l'utente, insieme, si confrontano con le risorse e i limiti dei servizi sociali, la cui natura è determinata da politiche messe in atto da soggetti con responsabilità molto diverse da quelle dell'assistente sociale e dell'utente.
Tale situazione si evidenzia con particolare chiarezza quando l'assistente sociale scopre le conseguenze del mosaico di pianificazioni, programmazioni e finanziamenti del sistema di welfare. Ecco come egli si trova condizionato dalla politica (dai provvedimenti posti in essere dai soggetti istituzionali).
L'elaborato si suddivide in tre capitoli: il primo capitolo dà uno sguardo al passato, all'origine del lavoro sociale, con particolare riguardo al caso Italiano. All'interno di esso sarà preso in considerazione sia l'aspetto legislativo, con la citazione di alcuni decreti determinanti per il servizio sociale, sia l'aspetto pratico del lavoro sociale. Sotto tale aspetto, dunque verrà valutato “l'agire professionale” dell'assistente sociale all'interno dei servizi, immerso nel territorio. Si discute del pericolo in cui l'assistente sociale incorre, ovvero quello di adeguarsi solo ed esclusivamente ad una logica burocratica; egli ha invece il compito di leggere attentamente la realtà esterna, ha il dovere di non fornire unicamente delle soluzioni uguali per tutti e distaccate dalla realtà, ma di diventare parte integrante del territorio.
È proprio in questo contesto che sono aumentate le competenze dell'assistente sociale, al quale gli si richiede oggi molta più responsabilità di ieri.
Tale responsabilità ha contribuito e, contribuisce continuamente, a un irrobustimento del sapere professionale, ponendo l'assistente sociale di fronte a sfide recenti quali la Laurea, la Laurea Specialistica, i Master, i Dottorati di ricerca, i due Albi professionali.
Il secondo capitolo approfondisce ulteriormente alcuni elementi cardine del servizio sociale, quali il welfare state, il suo significato e la sua implicazione nel nostro Paese; ne consegue il ruolo delle politiche sociali e il modo in cui le organizzazioni socio sanitarie sono gestite, facendo un piccolo cenno ai decreti di decentramento delle funzioni dello Stato alle Regioni e successivamente ai Comuni. Seguendo tale discorso, sarà data particolare attenzione al principio di sussidiarietà verticale ed orizzontale, con riferimento alla ormai essenziale collaborazione tra i servizi pubblici e le iniziative di Terzo Settore.
Il principio di sussidiarietà si orienta principalmente attraverso quelli che vengono percepiti, dalla dimensione istituzionale, come bisogno, necessità ed urgenza della comunità. Essa è infatti chiamata a dialogare con le istituzioni, a recuperare una cultura di solidarietà, di acquisire dignità e senso.
Ma come produrre tale cambiamento? È proprio qui che diviene fondamentale l'apporto del servizio sociale e, soprattutto dell'azione dell'assistente sociale, che stimolando il singolo utente, accresce il valore di tutta la comunità.
Non a caso, la qualità dei servizi offerti rispecchia tali capacità ed evidenzia, altresì l'importanza della dimensione teorica e metodologica che l'operatore mette in campo.
Il secondo capitolo si conclude lasciando aperto un quesito: ovvero se la dimensione teorica e metodologica del servizio sociale costituisce un elemento di avvicinamento agli approcci alla qualità o se invece rappresenta un ostacolo alla loro diffusione all'interno dei servizi sociali, limitandone quel grado di “creatività” dell'agire professionale, oggi indispensabile alla comprensione di una realtà che cambia e che propone sempre nuove difficoltà, tali da sollecitare le capacità del professionista dell'aiuto, inducendolo a riflettere sul proprio operato.

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6 1°capitolo - Dall'assistenza sociale ai servizi alla persona: profili che mutano 1. 1. Il lavoro sociale: un pò di storia La nascita del lavoro sociale nel contesto europeo possiamo porla nel 1869 a Londra, attraverso la nascita del C. O. S. (Clarity Organization Societies), evoluzione dei friendly reformers (volontariato di tipo religioso) e dei social reformers. Attraverso questa organizzazione Ottavia Hill, volontaria nelle C. O. S., porrà le basi dei fondamenti concettuali ed etici del servizio sociale; ciò ebbe una certa influenza nello sviluppo del servizio sociale in territorio americano, dove il social work si sviluppò nelle C. O. S. locali e già alla fine del XIX sec., grazie all'operato di Mary Richmond, si poterono creare i primi corsi di formazione sia in Nord Europa, sia negli Stati Uniti. In Italia,la prima scuola per assistenti sociali, destinata al lavoro nelle fabbriche, fu fondata a Roma nel 1928, sotto l'egida del Partito Nazionale Fascista e con il finanziamento della confederazione degli industriali, che ne controllava il funzionamento. I programmi erano estremamente scarsi e la preparazione mediocre; lo sbocco professionale dell'operatore era negli stabilimenti industriali, impegnato in un lavoro quasi esclusivamente burocratico. Da un punto di vista giuridico e pratico, il lavoro sociale manifestava una identità ambigua, oscillante fra una forma di servizio sociale individuale (gli assistenti sociali degli enti svolgevano soprattutto attività di aiuto al singolo caso), ed una confinante con la militanza politica ed ideologica, inseparabile dalle forme di immaginazione socio-politica affidata ai partiti, alle parrocchie, all'associazionismo contiguo agli uni e alle altre. Il servizio sociale, per come noi oggi lo concepiamo, è stato definito nel 1915 da Mary Richmond, la quale ha affermato che esso “è un articolato e organico complesso di servizi diversi compiuti da soggetti che cooperano con altri soggetti in situazione di bisogno, con lo scopo di raggiungere il miglioramento della società, operando sulle situazioni individuali o familiari di difficoltà, disagio, bisogno”. Nel 1928 durante la prima Conferenza Internazionale di Servizio Sociale si delineano e si specificano i concetti di fondo, le caratteristiche più salienti dell'attuale Servizio Sociale: “Il Servizio Sociale comprende il complesso degli sforzi con cui la società tende ad alleviare le sofferenze derivanti dalla miseria, a rimettere individui e famiglie in condizioni normali di esistenza, a

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Sociali Politiche e del Territorio

Autore: Paola Olimpio Contatta »

Composta da 52 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.