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Il gioco come strumento di comunicazione tra l'adulto e il bambino

Informazioni tesi

  Autore: Nicola Verrini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Stefano Calabrese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 50

Quando noi uomini non risultammo essere così sensati (razionali) come il secolo dei Lumi, ossia “il secolo placido del «culto della Ragione» ci aveva creduti”, si dette alla nostra specie, accanto alla definizione di homo sapiens, anche quella di homo faber, uomo produttore. Questo termine [sic!] era però meno esatto del primo perché anche più di un animale è faber. Ciò che vale per il verbo 'fare', vale anche (forse a maggior ragione) a suo parere per il verbo 'giocare': parecchi animali giocano.
Huizinga ritiene infatti che «l’homo ludens, l’uomo che gioca, indichi una funzione almeno così essenziale come quella del fare», poiché si deve riconoscere che «ogni azione umana appare un mero gioco». Questa visione è presente nelle sue opere fin dal 1903, anno della sua orazione (sui limiti del gioco e del serio nella cultura) per l’incarico di rettore all’Università di Leida.
Si tratta di domandarsi non quale posto occupi il gioco fra i vari fenomeni culturali, ma in qual misura la cultura stessa abbia carattere di gioco; è necessario in qualche modo integrare il concetto di gioco in quello di cultura.
Huizinga dichiara poi che il gioco è considerato nell’opera come fenomeno culturale, e non (non almeno in primo luogo) come funzione biologica, e per questo è trattato con i mezzi della sociologia. Egli annuncia che ha tentato di astenersi il più possibile dalla interpretazione psicologica (sebbene la ritenga importante) e che trova insoddisfacenti gli strumenti etnologici di approccio al gioco (Huizinga 2002, XXXI-XXXII).

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Homo ludens 1.0 Prefazione-introduzione Quando noi uomini non risultammo essere così sensati (razionali) come il secolo dei Lumi, ossia “il secolo placido del «culto della Ragione» ci aveva creduti”, si dette alla nostra specie, accanto alla definizione di homo sapiens, anche quella di homo faber , uomo produttore. Questo termine [sic!] era però meno esatto del primo perché anche più di un animale è faber. Ciò che vale per il verbo ‘fare’, vale anche (forse a maggior ragione) a suo parere per il verbo ‘giocare’: parecchi animali giocano. Huizinga ritiene infatti che « l’homo ludens , l’uomo che gioca, indichi una funzione almeno così essenziale come quella del fare», poiché si deve riconoscere che «ogni azione umana appare un mero gioco». Questa visione è presente nelle sue opere fin dal 1903, anno della sua orazione (sui limiti del gioco e del serio nella cultura) per l’incarico di rettore all’Università di Leida. Si tratta di domandarsi non quale posto occupi il gioco fra i vari fenomeni culturali, ma in qual misura la cultura stessa abbia carattere di gioco; è necessario in qualche modo integrare il concetto di gioco in quello di cultura. Huizinga dichiara poi che il gioco è considerato nell’opera come fenomeno culturale, e non (non almeno in primo luogo) come funzione biologica, e per questo è trattato con i mezzi della sociologia. Egli annuncia che ha tentato di astenersi il più possibile dalla interpretazione psicologica (sebbene la ritenga importante) e che trova insoddisfacenti gli strumenti etnologici di approccio al gioco (Huizinga 2002, XXXI-XXXII). 4

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