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Le lingue inventate: vonlenska e dintorni

Queste pagine sono frutto di una mia analisi personale del vonlenska, sulla base di studi più "linguistici" sulla glossopoiesi e la sua storia. Saranno dunque un "viaggio" alla scoperta dei numerosi tentativi di venire a capo della questione, un excursus tra i linguaggi inventati più o meno noti, con particolare riferimento all'esperienza dei Sigur Rós e altre simili.
La bibliografia sul tema della glossopoiesi, così si chiama l'arte di inventare lingue, è vastissima poiché molteplici sono i punti di vista che si possono prendere in considerazione. Oltre agli approcci storico-linguistici collegati anche all'indagine sull'origine stessa della facoltà di linguaggio, non manca la ricerca psicologica e filosofica. Per quanto riguarda il punto di vista storico, però, ho constato che per lo più quando si parla di lingue artificiali ci si ferma alle esperienze uniche del Seicento e Settecento, limitandosi a quella parte di
letteratura d'impronta "utopista" ma scartando altri interessanti esperimenti più recenti. Poca infatti è la documentazione sulla glossopoiesi contemporanea, per lo meno a livello cartaceo. Probabilmente questo difetto è dovuto al fatto che oramai si sono perse le intenzioni utopiche della glossopoiesi alle sue origini. Oggi c'è stato un cambio di rotta verso una tendenza più artistica. Nella musica, nel cinema, nella letteratura abbonda l'uso di lingue inventate. Il web invece si dimostra una fonte piuttosto ricca al riguardo, ma al tempo stesso molto dispersiva. Ho cercato allora di esplorare il mondo delle lingue inventate in tutti i vari aspetti, combinando l'aspetto più tecnico e problematico della glossopoiesi alla stravaganza del puro gioco linguistico, usando come fil rouge proprio il vonlenska. La mia tesi si compone perciò di tre capitoli: il primo introduttivo alla glossopoiesi, il secondo più "storico" e infine il terzo dedicato, nello specifico, al vonlenska.

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INTRODUZIONE Una donna gravemente malata chiede al marito di raccontarle una storia che possa alleviare i suoi terribili dolori. Ma l’uomo viene fermato dalla moglie non appena comincia a parlare: “No, non così. Voglio che mi parli in un linguaggio sconosciuto”. “Sconosciuto?” chiede lui, perplesso. “Sì un linguaggio che non esiste. Ho un tale bisogno di non capire nulla!” E il marito ricomincia. Sulle prime biascica qualche parola inventata e si sente un povero scemo. Ma poi, piano piano, comincia a sentirsi sempre più a suo agio in questa nuova lingua, svuotata di ogni regola e significato. Proferendo quei suoni, lui stesso non è in grado di capire se sta parlando, pregando o cantando. Quando si ferma nota che la moglie si è addormentata col più lieve dei sorrisi. Più tardi, lei gli confesserà: “Quei suoni hanno rievocato in me ricordi risalenti a un’epoca ben precedente a quella in cui potessi averne! Erano soffusi in un sonno che univa tutti noi a ciò che esisteva qui, sulla terra, prima che noi ci fossimo.” Ecco il linguaggio dell’arte, l’espressione di una memoria anteriore, inesperita. Qualche anno fa, mi capitò tra le mani un articolo sul tema della comunicazione a cura di Mauro Covacich. L’articolo, apparso su Vanity Fair 1 , prendeva in considerazione quello che poi è un problema atavico: l’incomunicabilità tra lingue, e dunque culture, differenti. L’autore dell’articolo proponeva allora una soluzione semplice, quanto impossibile, per venirne a capo: “E se provassimo a parlare un idioma che non esiste?”, ispirato anche dall’interessante esperienza dei Sigur Rós 2 , band islandese che in quei giorni era in tour in Italia e che ha fatto proprio di una lingua inventata, il vonlenska , il suo punto di forza. Lo scrittore triestino riportava come esempio alcuni aneddoti ascoltati durante il Waltic (Congresso internazionale degli autori e dei traduttori) tra cui quello di Mia Couto 3 . Quest’ultimo, narratore mozambicano tra i più tradotti e affermati, aveva aperto il proprio discorso dal titolo “Linguaggi che non sappiamo di sapere” proprio con il racconto che ho riportato all’inizio. L’articolo mi piacque molto. Lo appesi al muro della mia stanza e decisi che avrei sviluppato l’argomento nella mia futura tesi. Mi piacque perché in poche righe tentava di esplorare quello che invece è un problema enorme quanto antico, il “pallino” di noi comunicatori: comunicare, appunto. Impresa tutt’altro che facile per una serie di questioni paradossali intrinseche all’atto stesso del comunicare e l’utopia di 1 Numero 30, 30 luglio 2008 . 2 Pronuncia: ‘siɰør roʊs. La band nata nel 1994, si è fatta conoscere a livello internazionale nel 1997 con la pubblicazione di Von e a oggi ha all’attivo 7 album, sotto la major EMI. I membri attuali sono Jón Þór Birgisson (Jónsi) — cantante, chitarra elettrica, sintetizzatore; Kjartan Sveinsson (Kjarri) — pianoforte, tastiere, chitarra, flauto; Orri Páll Dýrason — batteria, tastiere e Georg Hólm (Goggi) — basso, xilofono. 3 António Emílio Leite Couto, meglio noto come Mia Couto (Beira, 1955), è uno scrittore mozambicano, uno degli autori più noti dell’Africa lusofona. Ha scritto poesie, racconti e romanzi in lingua portoghese. Nel 1999, Couto ha ricevuto il Prémio Vergílio Ferreira per l’insieme della sua opera. Nel 2007 ha ricevuto il Premio dell’Unione Latina di Letterature Romanze. Inoltre, a Couto è stato assegnato il quinto scranno dell’Accademia Brasiliana di Lettere. 3

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Sara Casaburi Contatta »

Composta da 45 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1557 click dal 23/09/2011.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.