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Televisione, cultura e cinema in Italia: analisi empirica dei trend di lungo periodo e relazioni intersettoriali

Informazioni tesi

  Autore: Dario D'Antona
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economico-aziendali
  Relatore: Giovanni Pica
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 62

Il livello culturale della popolazione sembra essere calato nell'ultimo decennio: quali sono le cause economiche? E’ forse la televisione la causa maggiore?
A queste domande si cercherà di dare una risposta, sia pure non definitiva, attraverso l'analisi empirica basata su dati di fonte Istat: innanzitutto analizzando i trend di lungo periodo dei settori e sottosettori culturali, poi tentando di fornire delle spiegazioni economiche alla stagnazione che sembra affliggere il settore.
Il primo capitolo del presente lavoro è un’esplorazione teorica dell’economia della cultura in generale, un settore troppo spesso sottovalutato e bistrattato e mai adeguatamente studiato sotto il profilo economico prima del 1996, anno di pubblicazione del controverso Morbo di Baumol, che contribuisce in maniera rilevante alla nascita di un filone letterario dedicato. Dopo una preliminare presentazione del mondo della cultura, con tanto di elencazione delle caratteristiche economiche dei beni culturali e dei mercati serviti, ci si sofferma prima sull’offerta, con l’indicazione delle cause economiche per le quali il settore culturale deve essere finanziato, e poi sulla domanda di cultura, evidenziando l’evoluzione che ha avuto il fenomeno nel tempo; su quest’ultimo punto, analizzando il trend di lungo periodo, è legittimo parlare di stagnazione culturale, dato che lo stesso presenta un andamento ciclico rispetto a PIL e spesa totale delle famiglie (rispettivamente 4% e 7%, percentuali più o meno inalterate nel lungo periodo).
Il secondo capitolo è dedicato all’esposizione teorica di due dei numerosi sottosettori della cultura: cinema ed editoria libraria. La struttura sequenziale dei paragrafi è la medesima del primo capitolo: introduzione, caratteristiche economiche, offerta e domanda, con particolare attenzione al lato quantitativo del fenomeno, dato che la presenza di dati, tabelle e grafici fa la sua parte.
Il cinema viene da sempre accostato alla cultura, tanto da meritarsi l’appellativo di “settima arte”, sebbene non tutti i prodotti cinematografici siano classificabili come culturali ma realizzati per il semplice soddisfacimento del bisogno di intrattenimento, in particolare quelli derivanti da Hollywood: ma questo è un problema più sociologico che economico che, quindi, verrà tralasciato; in questa sede ci si limiterà a considerare cultura tutta la produzione cinematografica, senza distinzione di contenuto. La lettura dei libri, prima ancora della frequenza con cui si va al cinema, può essere considerata un buon indice del livello culturale di un paese: secondo i dati diffusi da Eurostat, in Italia si legge molto meno che nel resto d’Europa, soprattutto riguardo la fascia di popolazione più giovane.
Analizzando i trend di lungo periodo dei due settori, si evidenzia come gli stessi non siano cresciuti adeguatamente nel lungo periodo, anzi siano addirittura decrescenti in termini reali.
Si è scelto di limitare l’analisi economica a cinema ed editoria in quanto i due settori prescelti sono presumibilmente quelli più strettamente connessi con l’economia della televisione, che contribuisce, con la sua funzione di mezzo di comunicazione di massa, a diffondere cultura e a cui è dedicato l’intero terzo capitolo: dopo la doverosa esposizione teorica del settore, arricchita con gli opportuni dati scientifici, si cercherà di capire se e in che misura la televisione ha giocato un ruolo importante nel processo di stagnazione che sta attraversando la cultura in Italia nell’ultimo decennio, confrontando i dati dell’audience televisivo con quelli dei botteghini cinematografici e con quelli relativi alla lettura di libri, che, in fin dei conti, sono dei potenziali sostituti.
Nell’ultimo decennio, dall’elaborazione dei dati Istat, risulta che la televisione trasmette sempre meno cultura, a vantaggio di tutti quei programmi, reality show su tutti, che alle imprese di produzione televisiva costano di meno per una serie di motivi (allestimento della scenografia, lavoro creativo, ecc.): può essere considerata questa una valida spiegazione alla stagnazione culturale?

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- 9 - 1.3 L’offerta di arte e la necessità di finanziare il settore culturale Le imprese culturali sono di vario genere e di vario tipo riguardo le loro dimensioni, la loro struttura, le loro funzioni e il settore in cui operano: si va dalla produzione e distribuzione di performing arts al mondo cinematografico ed editoriale, passando per le organizzazioni di volontariato che operano per la tutela di monumenti, chiese e opere storiche. In qualsiasi tipo di impresa culturale, comunque, il ruolo principale è quello dell'artista, che realizza concretamente il prodotto, sia esso un quadro, un'opera teatrale o un balletto. La divisione che adotta Colbert 1 , per classificare le imprese culturali, consiste in due criteri di suddivisione. Il primo criterio riguarda l'orientamento della missione dell'impresa culturale: esistono imprese che focalizzano la loro attenzione sul mercato dove verrà posizionato il prodotto, come un'impresa discografica, mentre ci sono imprese, come un museo d'arte contemporanea o un festival cinematografico, che sono concentrate sul prodotto. Naturalmente tra i due estremi esiste tutta una serie di circostanze intermedie. Il secondo criterio adottato da Colbert riguarda il modo in cui le opere d'arte sono prodotte. Nel caso di dischi, libri o film, il prodotto è pensato e costruito per la massa, per venderne il maggior numero possibile di copie. Quando si tratta di organizzare spettacoli, invece, il prodotto non è duplicabile, ma unico nel suo genere. Tramite queste divisioni si riescono a distinguere le industrie culturali, che sono più orientate al mercato e si occupano di prodotti riproducibili, dalle imprese del settore artistico che sono più orientate al prodotto, che è unico. In entrambi i criteri di identificazione la divisione è netta, tra chi opera nel settore della creatività e chi invece si dedica ai settori tradizionali dell’arte, “performing arts” e “visual arts”; se i primi sono vere e proprie imprese di produzione, che si avvicinano molto alla fornitura di beni standardizzati il cui mercato è regolato e regolamentato dalle rigide regole di domanda e offerta, i secondi operano secondo logiche non orientate al profitto. Quindi da una parte vi sono le imprese culturali orientate al profitto, dall’altra organizzazioni non profit (associazioni e fondazioni) con finalità prevalentemente sociali e culturali che si avvantaggiano anche del lavoro volontario. Tra i compiti principali delle associazioni e delle fondazioni culturali c'è l'organizzazione di manifestazioni teatrali, musicali, artistiche e di altro genere, ma si possono anche occupare di 1 Colbert F., Marketing delle arti e della cultura, Etas, Milano, 2000

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