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Prevenzione e gestione delle crisi internazionali: il ruolo dell'Unione Europea

Dopo la fine della contrapposizione tra i due blocchi, liberal-democratico e socialista, negli anni ’80, il numero delle operazioni di pace, dispiegate dalle Nazioni Unite, è costantemente aumentato. E intanto, agli inizi degli anni ’90, anche le organizzazioni regionali hanno cominciato ad accrescere e migliorare il loro contributo al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, sulla base di un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, che rimane, ancora oggi, il solo responsabile di questa funzione. La fine della guerra fredda ha, infatti, determinato grandi trasformazioni nei concetti e nelle procedure della sicurezza globale.
La prima trasformazione ha riguardato la natura dei conflitti. Abbiamo, infatti, assistito ad una netta diminuzione dei classici scontri tra Stati per la conquista territoriale e all’aumento notevole dei conflitti intrastatali, le cui cause vanno rintracciate nei settori economico, politico, istituzionale e umanitario. Infatti, le principali minacce alla sicurezza globale, oggi, sono rappresentate dal terrorismo, dalla criminalità organizzata, ma anche dal sottosviluppo economico, che crea malcontento e forti disuguaglianze tra i vari gruppi sociali, da violazioni dei diritti umani fondamentali e dalla mancanza di istituzioni democratiche, che rispettino i diritti civili e politici e gli standard dello Stato di diritto. Partendo da tutti questi presupposti e da questi importanti cambiamenti, è stato necessario, prima di tutto per le NU, riformare anche il loro modo di mantenere e costruire la pace. Ecco che il classico peacekeeping si riempie di significati e funzioni totalmente nuove.
Innanzitutto, alla luce di questi processi di trasformazione post-Guerra fredda, tutte le maggiori potenze hanno scelto la strada del “multilateralismo efficace”. Il multilateralismo consiste in un insieme di pratiche, procedure e principi, condivisi da più Stati, che si impegnano per il raggiungimento di un fine comune, in tal caso, nel settore della pace e della sicurezza. Esso richiede, invece, l’adesione a comuni principi e valori, che informano l’azione. Questi principi, per essere creati, devono essere continuamente negoziati all’interno di conferenze ed organizzazioni internazionali. La crescita quantitativa e qualitativa degli “interventi di pace” è legata anche ai fenomeni di globalizzazione che hanno accresciuto i legami tra gli Stati, che diventano sempre più interdipendenti. Così i problemi domestici degli Stati riguardano altresì quelli delle regioni più vicine, ma, in realtà, anche il resto del mondo. Conseguentemente, è nata negli Stati più avanzati e democratici la volontà di assumersi la responsabilità di proteggere il globo dal rischio di nuovi conflitti: la “responsibility to protect”. In questo nuovo quadro, le peacekeeping operations si sono evolute e non sono più definibili come semplici interventi di interposizione fra le parti, dispiegati con il consenso dello Stato ospitante per porre fine ad un conflitto. Il peacekeeping tradizionale si è arricchito di nuove funzioni: alle forze di interposizione tra le parti si aggiungono missioni di Peace enforcement, Peace making e Peace building. La terza importante tendenza, oltre al multilateralismo efficace e all’integrazione dei compiti del peacekeeping, è quella che va verso la regionalizzazione delle operazioni di pace. Questo processo è stato favorito dalle stesse Nazioni Unite. Infatti, il Cap. VIII della Carta delle NU permette all’ONU, qualora le sia necessario in caso di mancanza di forze da dispiegare o di altre difficoltà, di rivolgersi alle organizzazioni regionali, delegando loro il dispiegamento di operazioni di pace nelle zone in cui esse sono interessate. Tra querste organizzazioni, l’Unione Europea appare sempre più disponibile ad intervenire anche in zone molto lontane dal vecchio continente, soprattutto per la sua storia, dominata dalla presenza dei grandi imperi coloniali, da sempre interessati alle vicende di aree del mondo molto differenti dalla propria. Durante gli ultimi due decenni, la creazione e lo sviluppo della Politica di Sicurezza e Difesa, infatti, ha permesso all’Unione Europea di istituire capacità militari e civili per rispondere a crisi e conflitti di vario tipo. È proprio per queste caratteristiche peculiari, che distinguono l’Unione Europea dalle altre organizzazioni regionali, che ho deciso di focalizzare la mia ricerca su questa istituzione e sulle attività che essa compie nello scenario internazionale, ai fini della tutela della sicurezza e della pace internazionali.

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7 INTRODUZIONE Dopo la fine della contrapposizione tra i due blocchi, liberal-democratico e socialista, negli anni ‘80, il numero delle operazioni di pace, dispiegate dalle Nazioni Unite, è costantemente aumentato. E intanto, agli inizi degli anni ‘90, anche le organizzazioni regionali hanno cominciato ad accrescere e migliorare il loro contributo al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, sulla base di un‘autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, che rimane, ancora oggi, il solo responsabile di questa funzione. La fine della guerra fredda ha, infatti, determinato grandi trasformazioni nei concetti e nelle procedure della sicurezza globale. La prima trasformazione ha riguardato la natura dei conflitti. Abbiamo, infatti, assistito ad una netta diminuzione dei classici scontri tra Stati per la conquista territoriale e all‘aumento notevole dei conflitti intrastatali, le cui cause vanno rintracciate nei settori economico, politico, istituzionale e umanitario. Infatti, le principali minacce alla sicurezza globale, oggi, sono rappresentate dal terrorismo, dalla criminalità organizzata, ma anche dal sottosviluppo economico, che crea malcontento e forti disuguaglianze tra i vari gruppi sociali, da violazioni dei diritti umani fondamentali e dalla mancanza di istituzioni democratiche, che rispettino i diritti civili e politici e gli standard dello Stato di diritto. Infatti, sono molti gli autori che, oggi, credono nell‘esistenza di uno strettissimo legame tra sicurezza e pace da un alto e sviluppo democratico dall‘altro. Si tratta dei sostenitori della c.d. teoria liberale della pace, tra cui possiamo ben ritrovare le Nazioni Unite. Essenzialmente essi sono fermamente convinti dell‘assunto secondo il quale le democrazie non si combattono tra loro. Sia perché precise pratiche e procedure impediscono ai governanti di adottare decisioni tempestive di politica estera, tra cui quella di scatenare una guerra, sia perché le democrazie tendono ad accordarsi legittimazione le une alle altre. Infine, consentendo la partecipazione dei cittadini al processo decisionale e alla successiva realizzazione delle politiche pubbliche, la democrazia riduce il malcontento

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Elena Martini Contatta »

Composta da 241 pagine.

 

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